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LA TRADIZIONE MARTINISTA PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
mercoledì 19 marzo 2008

Di Vittorio Vanni

Per quanto si possa essere convinti dell'attualità del pensiero di Louis Claude de Saint-Martin, ben più difficile è applicare quest'attualità nei nostri tempi.
 I nostri Maestri Passati, all'epoca in cui l'Ancién Régime imponeva i suoi parametri spirituali e sociali, ed in cui l'Illuminismo era ancora un'utopia di avanguardie, ripresero quei valori universali ed eterni di cui ancor oggi siamo convinti assertori, ed ebbero ben altro coraggio e ben altra conoscenza di noi, adattandoli alla loro epoca.

Crearono delle vie nuove e dei rituali che potessero metterli in grado di percorrerle, elaborarono una cosmogonia, un mito, una simbologia con estrema decisione, crearono un ambito iniziatico che ha tutt'ora numerosi epigoni, dopo due secoli e mezzo dalla sua creazione. Quando accendiamo il cero del Maestri Passati non dobbiamo credere di chiedere una grazia ai soliti santi, ma di evocare il loro fuoco, che può essere il nostro.

Di fronte ai Maestri Passati non dobbiamo essere dei fedeli ma, per l'amore che gli portiamo, piuttosto dei critici, e degli eretici. L'interpretazione letterale a volte produce cristallizzazione, sterilità, morte spirituale ed intellettuale. Anche la più antica e venerabile quercia produce sempre nuove fronde. Mircea Eliade afferma che la "Tradizione non si critica, si commenta".

Ma ogni generazione, commentando, rinnova ciò che è antico, creando inevitabilmente il nuovo. Gastone Ventura, la cui memoria è incancellabile in chi l'ha conosciuto, provò a esplorare le antiche pratiche martineziste sui cartoni originali del '700, senza alcun risultato. Ma nessuno può affermare che il vento dello spirito non soffia più. Dovremmo forse pensare che è ancora necessario, per ritrovare le antiche vie dei nostri Maestri, di scannare il capretto nero come nelle pratiche Cohens?

Diversa oggi è la sensibilità, diverso il senso del tempo, diverse le condizioni di vita. Uguale rimane il sacro ed il senso del sacro, ma non possiamo sacralizzare le pratiche di un passato definitivamente passato.

L'accensione del Trilume non scongiura la paura del buio nei nostri sonni, ma incendia le scorie di tutto ciò che nel tempo si è incrostato pesantemente su quella leggerezza ed agilità spirituale che, sola, può farci procedere.

Ripetere senza fine ciò che è stato detto e fatto dai nostri predecessori è una pratica confessionale, non un percorso iniziatico, e non può che trovare un fievole eco nella nostra interiorità.

 Il passato ha infinite verità, ma anche secolari errori. Il presente può apparirci volgare e spoglio, ma è il solo tempo in cui possiamo vivere, esplicare le nostre aspirazioni spirituali, uscire dai gorghi del "torrente" e raggiungere e superare i nostri "Desideri".

Ciò che una volta  erano gli arcani, gelosamente tenuti riservati dai nostri antenati, sono oggi esposti nella più popolare rivista del New Age. La loro conoscenza è più eccessiva che carente, ed anneghiamo in questa sovrabbondanza di sapere senza emergere nella conoscenza.

La conoscenza di sé può sostituire quella della Tradizione, ma non è vero il contrario. La Tradizione nasce dai sogni, dai miti e dai misteri dell'umanità, dal superazionale, l'altro versante del nostro essere, ed è da questo che ha origine ciò che i Martinisti chiamano "Desiderio".

Ma le forme, gli involucri, le placente del Desiderio sono individuali e solo la nascita di una scuola gli rende comuni, oggettivi. Poi i Maestri muoiono, le scuole invecchiano e ciò che era oggettivo ritorna soggettivo.

 Ma rimane comunque simile ed in comune ciò che rende veramente uguali tutti gli uomini, il desiderio, il sentimento, l'emozione, che si esprimono con moti spontanei dell'animo, nei sogni e nelle visioni.

Unificante è il rito, questa drammatica rappresentazione di ciò che vi è di più profondo nell'animo umano; unificano ancor di più i simboli, archetipi eterni, innati e preesistenti all'uomo stesso.

Sono questi gli dei, i demoni ed i geni dall'arcano e benevolente sorriso, per chi ciò vuole, o dalle fauci assetate di dolore umano, per chi questo perversamente desidera.

Non vi sono scorciatoie, non vi sono formule appropriate per trovare attualità in un pensiero di alta spiritualità come quello di Louis Claude De Saint Martin, se non attraverso l'abrasione del temporale e del contingente in cui viveva, nell'esame rigoroso di ciò che vi è di eterno e di ciò che è transeunte nella sua visione iniziatica.
Il disgusto delle ordure dei nostri tempi, della loro caduta vorticosa nel molteplice e nel materico che contraddistingue il nostro presente, non può comunque condannarci al permanere rassegnato e debole nelle paludi di un pensiero passato.

Lo slancio verso l'Uno tende a superare la nostra angosciante molteplicità,  verso l'Uni-verso. Non vi è quiete e contemplazione possibile nella fatica e nel dolore di superare i limiti della conoscenza del proprio essere e dell'Essere stesso.

Lo sforzo immenso di risalire attraverso le molteplici forme fino alla bellezza senza limiti del senza forma, di conquistare un fine astratto - che più s'allontana quanto più lo spirito si affina- dona solo inquietudine, solitudine, amarezza, salvo quando gli dei si degnano di concedere un attimo eterno di consapevolezza dell'Uno e del Sé.

Se il Desiderio non è lancinante, non produce Volontà. Ma la nostra natura non sopporta, se non per attimi, quell'energia senza forma e sostanza che è l'Uno con il Sé.
Siamo obbligati quindi a procedere per tappe, accettando provvisoriamente dottrine limitate ad interpretazioni intellettuali e culturali che risentano del tempo e dello spazio nei quali si collocano. 

Ma la Tradizione appare invisibilmente ed inevitabilmente in questo processo, che sarà più tradizionale quanto più eversivo, tanto più costruttivo quanto più distruttivo.

IL MARTINISMO
 

La ricerca delle caratteristiche storiche, metafisiche e rituali dell'iniziazione Martinista è iniziata più di 120 anni fa e difficilmente altri documenti potrebbero ancor più illuminarla.
Se la conoscenza dei concetti essenziali dell'iniziazione Martinista nei suoi vari aspetti sia storici sia teoretici è indispensabile, è peraltro necessario considerare il nostro contesto iniziatico nella sua realtà attuale di aspetti positivi e negativi, senza inutili retoriche o agiografie.
L'aspetto originale e forse specifico dell'iniziazione Martinista consiste nella libertà.
Libertà dell'Iniziatore e libertà degli Iniziati, che permette a questo la possibilità di trasmettere la sua esperienza teorica ed operativa senza gli impacci di una dottrina troppo opprimente, ed a quelli di aderire agli insegnamenti e sperimentarne la pratica corrispondente, come rifiutarli chiedendone altri, senza per questo ripudiare dei dogmi inesistenti, o tradire un'autorità che tale non si definisce.

Pochi elementi simbolici, rituali semplici, la numerologia fondamentale del ternario e del quaternario, il mito della caduta e della Reintegrazione possono essere i pilastri Martinisti alla creazione continua di una spiritualità che sopporta solo temporaneamente la necessità di schemi e di modi.

La semplicità del Martinismo, se ben compresa, può adattarsi a qualsiasi complessità, aderire e comprendere qualsiasi arcano, superare le barriere del tempo e dello spazio che racchiudono e soffocano l'umanità.

Proprio la scabra ed aspra essenzialità Martinista non ne permette la denaturazione e la degenerazione, e ne mantiene la sua natura originale, adattabile a qualsiasi variazione temporale.

La sua impostazione giudaico-cristiana è innegabile, ma bisogna anche ammettere con equilibrio che questa radice viva non è né unica né indispensabile alla concezione totale del Martinismo.

L'universalità Martinista permette lo sviluppo libero ed autonomo di qualsiasi altra sensibilità religiosa, metafisica e filosofica dell'umanità. Dobbiamo operare affinché questa libertà sia usata con intelligenza, per il Martinismo e non contro il Martinismo e possa favorire la Reintegrazione finale e totale dell'umanità.

Per quanto la pseudospiritualità massmediatica odierna presenti alle masse ignoranti dei gusci "esoterici" vuoti ed alieni da ogni effettiva metafisica tradizionale, non dobbiamo e non possiamo predicare e convertire alcuno.

La Verità è oggettiva, ma la sua ricerca è soggettiva. Il fato individuale è un dono od una condanna degli Dei e nessuno può interferire con esso se non la compassione e la testimonianza.
Il contributo alla Reintegrazione universale si ottiene con la propria Reintegrazione, e la sua ricerca non può esulare dal ritrovamento della Parola e del Fuoco dei nostri predecessori, il cui pensiero possiamo studiare con amore, ma che con maggior amore dobbiamo superare e se possibile trascendere.
 Non si tratta di riformare alcunché delle nostre tradizioni, pratiche o rituali, ma del rovesciamento lucido, cosciente intelligente di abitudini stanche di pensiero, di paradigmi obsoleti, di consuetudini conservatrici che possano impedire il ritrovamento e la pratica del libero spirito.
Il tesoro di esperienze secolari, di vie iniziatiche presenti da secoli nei nostri Templi ci accompagnerà, se non daremo a questo un valore incerto di verità assolute ed eterne.

IL PENSIERO DI LOUIS CLAUDE DE SAINT MARTIN
 

Per definire l'attualità di un pensiero non si può esulare dalla sua definizione. È quindi necessario esaminare in estrema sintesi, i punti fondamentali della sua dottrina. Naturalmente la complessità teoretica e metodica di Saint Martin non è esauribile in un breve saggio, ma le tematiche  fondamentali sono:

  1. LA METEMPSICOSI

    Il termine reincarnazione appare a fine '800 con lo spiritismo [1] e non era conosciuto nel XVIII secolo. Il termine metempsicosi è antico ed era conosciuto in quest'epoca. Pur tuttavia, la definizione di "reincarnazione" come un "la trasmigrazione di un'anima in un corpo nuovo dopo aver vissuto in un altro" si applica perfettamente al termine "metempsicosi" nell'accezione che L.C.d.S.M, assieme alla maggior parte dei suoi contemporanei gli donava.
    Martinéz escludeva la metempsicosi. Nelle Istruzioni ai Cohens lionesi (gennaio 1774) si afferma:
    "Questa parte ignea [il veicolo o corpo astrale dei Martinezisti] che anima l'essere si ritira [dopo la morte] e si reintegra senza ritorno nello spirito dell'asse che lo produsse. Queste produzioni o emanazioni degli spiriti dell'asse non possono che essere che temporali e momentanei. Solo il Creatore può emanare da sé degli esseri Spirituali intelligenti e permanenti. Ciò distrugge il sistema assurdo della metempsicosi."
    Se è vero, come Robert Amadou ha dimostrato ,[2] che le Istruzioni sono state scritte o quantomeno compilate dal Filosofo Incognito, si desume da ciò che l'opinione di Martinèz e poi di L.C.d.S.M. sono contrarie alla metempsicosi.
    Jacob Boehme, il grande riferimento del Filosofo Incognito, non era reincarnazionista, come L.C.d.S.M stesso afferma nella sua corrispondenza con Kirchberger. In un testo del 1800, L.C.d.S.M. afferma gli spiritualisti, pur rifacendosi a Platone, "ne rigettano talvolta la sua metempsicosi e tutte le opinioni attribuitele, e che non ci si può esimere da rigettare come bizzarre."

  2.  

  3. LA VITA ANTERIORE

    Da dove quindi veniamo? Da un'emanazione, termine ben caro a L.C.d.S.M. ed al suo maestro Martinéz. L'Eterno quindi ha emanato, emana ed emanerà ogni anima umana. L'uomo è emanato da un principio supremo che nella sua integrità non si separa affatto, ma rimane nella sua perfetta e globale unità: "L'idea di emanazione difficilmente penetra nell'intelligenza degli uomini, in quanto essi hanno lasciato materializzare tutto il loro essere. Essi non vedono nell'emanazione che una separazione dalla sostanza, come nell'evaporazione dei profumi o nella separazione da una sorgente di tanti ruscelli: tutti esempi presi dalla materia, nella quale la massa totale risulta realmente diminuita, quando qualche parte costituente se ne è ritratta. Anche l'immagine del fuoco, che sembra produrre una moltitudine di fuochi a lui simili, senza cessare di essere uguale a se stesso, fa parte di queste comparazioni così abusive a cui il saggio non deve soffermarsi. Le dimostrazioni prese nella natura sono insufficienti per dimostrare Dio, e, per conseguenza, per dimostrarci l'emanazione dell'uomo fuori dal seno stesso della divinità." [4]

  4. LA CADUTA ED IL CRIMINE

    L'emanazione comporta una caduta nella materia e nel contempo la reminiscenza, la nostalgia ed il desiderio delle perdute origini divine dell'uomo. La caduta ha origine nel crimine, Ma quale fu questo crimine? Per Martinéz [5] "L'uomo dopo aver operato i tre atti attraverso i quali la sua volontà era costretta, per manifestare la sua potenza nella creazione, avrebbe dovuto operarne un quarto con la sua libera volontà; atto di bene, se la sua volontà si fosse comportata secondo la legge; atto abominevole se la sua volontà infrangeva questa legge. Nel primo caso, il risultato del suo atto avrebbe prodotto il quaternario, nel secondo caso, il risultato sarebbe risultato un ternario." [6]
    Il crimine è quindi quello di aver voluto toccare l’albero della vita e della morte, del bene e del male, di aversi voluto fare simile a Dio.

  5. 4. UNA SOLA VITA, UNA SOLA MORTE

    L’uomo, nella sua morte biologica, separa le sue tre componenti:
    Ignea o spirituale, che ritorna indifferenziata al piano divino che indifferenziata l’aveva creata. Anima o psiche che muore con il corpo.
    Il corpo materiale che si decompone nella materia da cui era stato composto. Se l’uomo ha alimentato il suo proprio fuoco con il fuoco divino diverrà come Henoc od Elia, permarrà quindi come entità differenziata e personalizzata nel seno del divino. “allorché l’uomo passa dalla regione superiore a quella terrestre, è sottoposto alla morte naturale che ‘è in effetti una conseguenza del suo passaggio. La giustizia suprema, infliggendogli questa pena, era ben lontana dal renderla inutile; e l’uomo-spirito che subisce fruttuosamente questa condanna, non fa che rientrare nella misura da cui era uscito, in modo che possa considerare la sua vita materiale come la penitenza di una colpa, e la sua morte come una liberazione.” [7]

  6. LA REINTEGRAZIONE

    La reintegrazione è il fine ultimo dell’iniziazione Martinista. Per Martinez la si ottiene attraverso la teurgia che è il vero culto e la vera legge allo scopo della riconciliazione dell’uomo con Dio e della reintegrazione universale di tutti gli esseri, senza la quale la propria stessa reintegrazione non è possibile. Il mezzo ed il fine è l’evocazione della “chose” che si manifesta nelle operazione Cohens attraverso effetti illuminativi e luminosi o anche auditivi e tattili che guidano gli operatori. Per L.C.De Saint Martin la reintegrazione non necessita di operazioni esterne, ma la si ottiene per mezzo di operazioni intime, soprattutto attraverso la preghiera.

CONSIDERAZIONI FINALI ALLA SINTESI DEL PENSIERO SANTMARTINIANO

I punti fondamentali del pensiero di L.C.d.S.M., (ma potremmo definirli anche come i principali assiomi della philosophia perennis), consistono nell'origine spirituale dell'uomo, nella sua caduta e nel suo tentativo di ritorno alla condizione primitiva.

Sono le tre domande massoniche sul destino dell'umanità, e su ciò possediamo un testo dell'Abbé Fourniér, uno dei primi martinezisti.
Da dove veniamo?
Chi siamo?
Dove andiamo?
Esulando dall'analisi di qualsiasi tradizione metafisica, che afferma fondamentalmente gli stessi principi, potremmo affermare che l'uomo ha barattato la sua condizione primitiva di eternità e consapevolezza con il mondo della conoscenza, e, quindi del divenire.

Se Dio è "ciò che è", coscienza pura del suo Essere, l'uomo è "ciò che non è"  essendo assillato dalla coscienza di sé nella materia dualistica.  L'animale vive, l'uomo si vede vivere nella inconsapevolezza della meta e non sa dove andare. Nella Luce brama l'Ombra, nell'Ombra brama la Luce.

Più inquieto ed angosciato di ciò che ha che di ciò che non ha, cerca tuttavia fino allo spasimo ciò che non conosce. ampliando non tanto una conoscenza che è infinita quanto la brama di una illusoria conoscenza finita. La spinta eterna dell'umanità verso l'assoluto nasce dal fatto che non può trovare salute, quiete e riposo in sé stessa. Trovare Dio è ritenuto un passo verso la guarigione della brama e della sua angoscia, persino il diavolo è più efficace, in questa terapeutica, dei nostri simili.

L'ossessione di sé stessi, nata dalla ribellione al rifiuto divino della conoscenza del bene e del male, della coscienza stessa, è il risultato della caduta, il crimine primigenio.
L'attuale perdita del sacro ha peggiorato la situazione dell'umanità. Quando eravamo senza dubbi sull'esistenza di un potere che ci trascendeva, potevamo bestemmiare o pregare trovando refrigerio al nostro male. Ma può un malato estraniarsi dalla sua malattia, che è il vizio forse amato della sua stessa essenza?

Chi si è sforzato nei secoli ad insegnare all'umanità l'impassibilità al dolore, i grandi saggi ed i grandi iniziati, solo nel mito erano ugualmente impassibili ed impermeabili al male di vivere.
Senza cercare nei pollai perle di saggezza, una gallina ha reazioni perfette, perché inconsce, alle evenienze naturali. Una gallina è perfettamente formata nella sua essenza, senza peccato e senza crimine, senza caduta e necessità di reintegrazione, mentre l'uomo, secondo Nietzsche è "…l'animale il cui tipo non è ancora determinato, formato".

Se Gautama Bhudda è stato veramente un risvegliato, un illuminato, lo era perché più si è, meno si vuole. Ma l'assenza di desiderio non è forse la morte della coscienza, l'obnubilamento di ogni sensorialità fisica e sottile, l'azzeramento di ogni essenzialità umana?
Allora, in Saint Martin, il desiderio, ed il dolore ad esso connesso, non è eliminabile ma può essere trasfigurato, trasmutato in Desiderio.
Il Desiderio è la chiave del pensiero di L.C.d.S.M. Il Desiderio produce lo sforzo di ritrovarsi, d'incontrare di nuovo quel Sé stesso che appartiene alla nostra essenza atemporale, e che abbiamo perso per rivolgere la nostra inquietudine all'esterno, verso la storia, verso improbabili simili costruiti dalla propria autorappresentazione.
Il Desiderio porta alla Preghiera, che non può essere una vile richiesta di gratificazione, di pace, di quiete, ma violenza ed impeto di bussare più colpi alla porta divina, tanto amata quanto chiusa.
Il Desiderio non è brama di ulteriore coscienza o conoscenza, ma soltanto il cammino verso una patria perduta e lontana, il ritornare con la propria particella ignea verso il più grande fuoco. Ma anche l'uomo del "torrente", nella sua unica ed irripetibile vita, tornerà alla sua origine.
A che serve allora la Reintegrazione? A perdere un'illusoria coscienza di un Sé caduto nella materia ed acquisire l'unica coscienza reale, quella di Sé nel divino. Ma resta comunque l'incomprensibilità dello scopo. Se Dio, nella sua Unità ed Unicità niente può perdere ne acquisire, a che fine scintille impazzite trasmigrano dalla sua Essenza nel nulla e a quella devono tornare coscientemente? Una qualsiasi dottrina in sé non è mai esaustiva. Rimangono comunque irrisolte le domande fondamentali dell'umanità, e, con esse il tormento della condizione umana. Non possiamo prendere la globalità del pensiero santmartiniano senza scartarne ciò che in esso vi è di temporale e contingente. Definire l'attualità del pensiero di Saint Martin significa soltanto prendere atto dell'eternità immanente dei problemi metafisici, e le modalità, sempre eterne perché collegate ad una natura umana sempre uguale, di superamento e trascendenza.

GLI INTERPRETI DELLA TRADIZIONE NEL NOSTRO TEMPO ED IL PENSIERO DI LOUIS CLAUDE DE SAINT MARTIN

 René GuènonRené Guènon, per quanto sia stato un  S::::I:::: Martinista, ed i suoi primi rudimenti di metafisica occidentale siano stati appresi alla scuola di Papus e di Phaneg, si allontanò dall'Ordine definendo il Martinismo "psudoiniziatico".

La sua polemica si fonda in ciò che egli chiama "superstizione della vita". In questa categoria rientrano varie correnti spiritualistiche che, nella sua concezione, credono di potersi opporre al positivismo ed al materialismo, ma che in realtà sono generate dalla stessa matrice.[8]  L'opposizione di Réne Guènon al Martinismo non derivava dal ripudio del pensiero di L.C.de Saint Martin, la cui concordanza con i due temi fondamentali in Guènon, l'Identità Suprema e la Liberazione è totale, ma dall'assunzione Papusiana di ciò che in Saint Martin è temporale e, quindi, antitradizionale. In Guènon la Tradizione non implica astoricità. La variazione e l'adattamento dei principi eterni ed immutabili alle circostanze nuove che il divenire impone non può comportare la fissità dei parametri delle teoretiche e delle metodiche iniziatiche.
 L'universalità ed infinità dei principi consente un lavoro di adeguamento tramite le "scienze tradizionali", la magia, l'astrologia, l'ermetismo, la cabbalà, che variano non la loro natura, ma la loro applicazione, attraverso i tempi. La riproposta di forme vecchie e sclerotizzate è frutto di conservatorismo e tradizionalismo, che è l'opposto della Tradizione, il tentativo stesso di bloccare il libero soffio dello spirito.

Mircea Eliade

 In  Mircea Eliade l'adesione alle tematiche santmartiniane è più pronunciata. L'elogio della quiete e della contemplazione si accompagna alla venerazione dei testi sacri dell'umanità, che si commentano ma non si critica.

Nel suo testo Che cos'è la Tradizione [9] l'eterno e la quiete assumano caratteri prettamente santmartiniani, ma anche guénoniani, nel rifiuto delle caratteristiche antitradizionali della modernità:
"L'uomo moderno ignora che cosa siano l'intuizione intellettuale, la spontaneità sentimentale, la naturalezza dei bisogni, cioè non ha lo spirito, e la sua anima non  è libera.  Egli crede che la spontaneità sia una sorta di eruzione di magma del subconscio, una dissipazione, che l'intuizione intellettuale sia una attività irrazionale, un arbitrio soggettivo. Così ignora la salda felicità, che proviene dal saper porre nel giusto rapporto le varie parti che formano l'uomo. Anzitutto l'anima e l'animo debbono subordinarsi allo spirito e quindi i sentimenti vanno non già repressi, ma orientati nella giusta direzione, l'odio ed il disprezzo diretti verso il secolo ed il peccato, l'amore e la riverenza verso ciò che li trascende. Oggi, quando non ci sui abbandona alla pura reattività meccanica, si scambia la bontà per un'estinzione completa dell'odio e del disprezzo, cosa impossibile e che, ad essere tentata, conduce al sentimentalismo, alla filantropia frigida e lacrimosa. Contemplazione è in primo luogo il movimento onde ci si affranca dalle preoccupazione per le circostanze contingenti, dalle passioni e degli interessi, individuali o collettivi che siano. Contemplando si cessa di dire "io" o "noi", quindi si osserva quanto ci attornia la distinzione fondamentale tra gli aspetti transitori e l'immutevole, e ci si accorge che nella misura in cui si affissa l'essere le passioni si placano, si gode di una perfetta indifferenza. Allora si identificano l'eterno e la quiete, si afferma che quello si riflette nell'uomo attraverso questa." [10]

Nel suo testo Aspects du mithe [11]la tesi della caduta e della necessità della reintegrazione si accompagnano ad una esame di tali temi attraverso le tradizioni storiche e mitologiche dei popoli.
  L'eternità di tali concezioni metafisiche ne dimostra la loro identità archetipica connaturata  ed innata nell'umanità, nonostante le variazioni collegate  ai percorsi temporali del pensiero umano.

CONCLUSIONI

Ogni analisi che tenda a interpretare il pensiero di L.C.De Saint Martin non può, comunque, ignorare l'inattualità di modalità espressive e gneoseologiche tipiche della sua epoca.
 La polemica santmartiniana con l'illuminismo ed i Philosophes è la stessa, mutati i tempi, di quella di René Guènon e Mircea Eliade. Ma l'interrogativo che i Martinisti devono porsi oggi è quello di sempre.
Il Fuoco che divora l'uomo di Desiderio, che ricerca la conoscenza, è lo stesso desiderio che è fuoco e brama di vita. Si può spegnere l'uno senza spegnere l'altro?
 La quiete e la contemplazione, la dolcezza dell'illuminazione e dell'unificazione con Dio sono nel contempo sonno e morte dell'anima, che è tutto ciò che fa della nostra personalità un'Identità.
Se la morte fisica conduce inevitabilmente al disciogliersi della nostra particella spirituale nella globalità dell'Uno, che scopo ha la nostra terribile esperienza terrestre?
 E se la nostra Identità si raggiunge attraverso la scomparsa di una personalità apparente e transeunte, nell'immergersi cosciente nell'energia del tutto, che senso ha l'esistenza umana? Louis Claude de Saint Martin non risponde a questi nostri interrogativi o forse la nostra interpretazione è ancora inesatta e carente?
Solo il nostro desiderio ed il nostro Desiderio potrà rivelarcelo.

NOTE:

  1 Sulle errate concezioni della reincarnazione Cfr. René Guènon L'erreur-spirite Editions Traditionelles,1952.

  2 Cfr. l'introduzione alla reedizione degli Erreurs et de la Verité,  in Saint-Martin Œuvres Majeures , Hildesheim, G..Olms t.I,1975.

  3  Sèances des Ecoles normales…Débats,III,1801, sta in Œuvres Majeures , ecc.

  4  Tableaux  naturel des rapports qui existent entre Dieu, l'homme et l'univers (1782) Œuvres Majeures op.cit

  5 Traité de la Réintégration des Etres Œuvres Majeures op.cit

  6   Secondo Martinez de Pasqually il 4 è il numero uscito dal decenario mediante l'addizione 1+3, e completa le quattro potenze divine del Creatore contenute in questo decenario….Il numero 9 è il numero del mondo temporale e cioè 3, moltiplicato per sé stesso. Cfr Ovidio La Pera Riflessioni su alcuni temi di L.C.d.S.M, Firenze Libri, Firenze 2002, pg.29-30.

  7   Eclairs sur l'association humaine Œuvres Majeures op.cit

  8  Oriente ed Occidente

  9  Che cos'è la Tradizione, Adelphi,Milano, 1998.

 10  op.cit. pag. 126-127.

 11  Aspect du mithe, Gallimard, Saint-Amand (Cher), 1973

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 19 marzo 2008 )
 
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