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VERITÀ E LIBERTÀ PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 16 marzo 2008

La generazione di coloro che nacquero fra la seconda guerra mondiale ed il dopoguerra ha sofferto la condizione di essere un ponte fra le suggestioni, i paradigmi, gli assiomi intellettuali, filosofici ed estetici di un eccezionale periodo della civiltà europea fra 1880 e 1968, e l’instaurarsi ciclico di altri archetipi, nuovi ed eterni nel contempo. I grandi tradizionalisti dei primi decenni del novecento, da Guénon ad Evola, hanno segnato indelebilmente il pensiero e l’azione dei metafisici nei successivi decenni. Oggi, fermenti di revisione ed analisi delle linee fondamentali del pensiero tradizionalista ci portano a superare, dopo averle assimilati, alcuni assiomi fondamentali:

  •  Il concetto di filiazione, di regolarità e validità della trasmissione iniziatica è effettivamente legato alla trasmissione “orizzontale” come propendeva il pensiero di René Guènon?
  •  Il concetto di gerarchia iniziatica fondato sull’autorità indiscussa di un capo eletto “ad vitam” si può osservare dopo un’eventuale caduta o peggio di assenza di autorevolezza e potere carismatico?
  •  La Tradizione è effettivamente conservatrice di forme spesso obsolete e vuote come gusci qulifotici?
  •  Il mondo moderno, anche nei suoi termini di “età oscura”, è effettivamente lo fonte di ogni male?
  •  Vi è un’effettiva sacralità ed immanenza negli archetipi etici e nella loro applicazione morale o questi hanno un valore soltanto sociale e civile, una sorta di trascendenza civile che ben poco ha a che vedere con il piano spirituale?

Forse il nodo gordiano da sciogliere per la risoluzione di questi temi della metafisica dei nostri tempi consiste nella apparente distonia e dicotomia dei concetti di verità e libertà.
Verità e libertà sono due termini antitetici che ogni filosofia ed ogni teologia ha cercato di armonizzare.
Fin dall’inizio dei paradigmi della cosiddetta “civiltà occidentale” vi è stata questo sillogismo illogico, questa libertà o “libero arbitrio” che l’uomo avrebbe dovuto usare solo per la sua sottomissione.
S’interdice all’umanità la conoscenza del bene e del male (Gen.2,17) che avrebbe prodotto la perdita dell’immortalità. L’albero, di cui l’umanità ha voluto cogliere il frutto proibito, è visto come un limite invalicabile all’uomo, creatura che il suo creatore non vuole “come lui”, essendo geloso delle sue prerogative (Gen.3,5).
La disubbidienza originaria non è, così, una libera scelta di conoscenza, ma un abuso di una libertà limitata e “concessa” da Dio.
La teologia afferma che le conseguenze di questa scelta saranno la caduta dell’armonia fra una natura diventata aliena ed ostile e l’umanità stessa, che sarà ridotta nella polvere da cui era stata tratta.
Questa conoscenza, che trae la condizione umana da una animalità privilegiata, dall’amore divino verso il suo giocattolo preferito, è vista come una caduta, ma è solo un’evoluzione necessaria verso l’esperienza totale della materia e nella materia.
Il bene ed il male non hanno senso nell’unicità che precede la dualità, il regno materico del molteplice. Il male, prima di assumere un carattere morale, è essenzialmente dolore, nato dalla sensibilità che è frutto della conoscenza.
È questo il cosiddetto peccato originale? Nessuna teologia definisce con esattezza la natura della trasmissione di questa tabe originaria, e non può non considerarla come un mistero.
Ma l’esperienza della materia non è una colpa, è solo uno stato evolutivo conseguente ad una creazione o ad un’emanazione.
La teologia vede l’umanità che soffre e gode della sua immersione nella materia come radicalmente pervertita, ferita, inclinante al male (concupiscentia). (Giovanni Paolo II, Esot.ap. Reconcilatio et paenitentia, 16).
Ma chi nasce, nasce innocente, anche se spesso innocente non morirà.
Dio, che è conoscenza assoluta, non può contraddirsi limitando la ricerca di questa all’umanità, il cui esser senza limite costituisce l’unica forma di libertà possibile.
La malizia degli uomini spesso non nasce dall’ignoranza, ma da una cosciente prevaricazione Dio è considerato “ineffabile, incomprensibile, invisibile, inafferrabile” [Liturgia di S.Giovanni Crisostomo].
NoiNoi “non possiamo cogliere di Dio ciò che Egli è, ma solo ciò che Egli non è, e come gli altri esseri si pongano in rapporto con Lui”[S.Tommaso d’Acquino, Summa contra gentiles].
Chi vuol definire l’indefinibilità di Dio, spesso per scopi umani, troppo umani, crea una Rivelazione, inventa una Tradizione, e se ne pone come unico interprete ed intermediario.
La religiosità innata dell’uomo, che proprio dall’indispensabilità dell’esperienza materica e dualistica trova la sua dignità di essere spirituale in viaggio di ritorno verso l’Uno, diviene così religione, schema, gabbia da usignoli ciechi e fischiettanti. In questa prigione atroce finisce spesso la libertà effettiva proveniente dai piani spirituali.
L’etica eterna, innata nella natura dell’uomo, diviene così la morale che, per sua natura contingente e transeunte, si fissa ad un dato momento della storia, diviene paradigma e dogma assoluto, contro ogni logica di volatilità generazionale, di evoluzione della natura e della sensibilità dell’umanità.
A Cristo che afferma di essere la via, la verità e la vita, e così il compimento di una ricerca di conoscenza, Pilato antepone la domanda: “Cos’è la verità?” riproponendo la ricerca stessa della conoscenza.
La tensione terribile dell’uomo che ricerca infinitamente una verità infinita ed inafferrabile, si calma nel sonno dei dogmi, trova una verità parziale e soporifera che lo culla nell’ignavia, nell’oblio, nella perdita di ogni virilità spirituale.
Nel rituale Martinista d’iniziazione al 1° grado si afferma che la libertà è un bene così grande che nessuno può privartene, e che la coscienza individuale è il solo giudice che un iniziato può accettare ed ascoltare.
L’unica, parziale ed infinitesimale verità che l’umanità può cercare non consiste nella meta infinita, ma nel cammino che può e deve percorrere.
Ma solo la libertà può concederti bastone e viatico per questo cammino, e nel libero rapporto fra l’uomo e l’Uno nessuno può arrogarsi un diritto di intermediazione ed interpretazione.
La più bella definizione di questo rapporto difficile fra verità e libertà consiste nell’aforisma di Kant:
“La legge naturale dentro di me ed il cielo stellato sopra di me”
La morale è solo l’applicazione contingente di un’etica eterna e connaturata nell’umanità, nessuno la può imporre, se non un libero contratto fra gli uomini, che può e deve cambiare secondo i tempi ed i luoghi.
Perché dovremmo considerare Dio come un contabile che usa la calcolatrice per marcare gli errori, gli abbagli ed anche le colpe di un’umanità che vive con estrema difficoltà e fatica la sua esperienza materica.
Dio abita forse ben oltre i cieli vuoti ed oscuri, in una potenzialità immota di cui non riusciamo ad intravedere neanche l’ombra demiurgica, ed a cui non dovremmo attribuire ne il bene ne il male che la materia c’impone nel suo dualismo.
Giovanni affermò che è la verità ci renderà liberi, ma questo è possibile solo quando vi è una libera scelta di una verità ipotetica, spesso cangiante e transeunte. Mai quando vi è imposizione, prevaricazione, inganno.
Ma fra un’indefinibile verità e la nostra possibile libertà, aliena da qualsiasi prevaricazione verso il nostro prossimo, la scelta è intuibile da chiunque creda nella dignità dell’uomo.

Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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