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domenica 16 marzo 2008

Arturo Reghini (1878-1946)

ed il tentativo di restaurare in Italia la tradizione spirituale della muratoria speculativa di matrice pitagorica, pagana, alchemica, rosacruciana.

Le corporazioni di mestiere si distinguevano in operative e speculative già prima del 1723. Nel manoscritto del Cooke, risalente al XV secolo, con il termine “speculativo” probabilmente però si indicava genericamente la scienza teorica in grado di supportare la pratica dell’arte. Mentre poi, con l’introduzione di membri “accettati”, si sarebbe fatto senza dubbio riferimento a quanti si prodigavano per una edificazione interiore, morale e spirituale, e speculativo divenne l’impiego puramente simbolico delle operazioni e degli strumenti della costruzione. Il manoscritto della Biblioteca Bodleyana, attribuito non in maniera del tutto sicura ad Enrico VI, offre una definizione illuminante in tal senso dell’arte come di “conoscenza della natura” e “comprensione delle forze che sono in essa”. “Così pure quando l’arte muraria non si limita ad edificare in base alle sole considerazioni di stabilità e di estetica, - scrive Arturo Reghini in un saggio del 1923 (“Sull’origine del simbolismo muratorio”, ripubblicato ora in “Per la restituzione della Massoneria Pitagorica Italiana”, da Raffaelli, Rimini, 2005) – ma per mezzo delle configurazioni e dei rapporti delle varie parti dell’edificio pensa ad esprimere concetti e sentimenti filosofici e religiosi, allora essa si eleva ad arte muratoria ed assurge alla dignità dell’esoterismo”.
Si dice che la muratoria sarebbe sorta in Egitto ed in Siria e che furono i Fenici ad esportarla in tutta l’area del mediterraneo. Ebbene, sempre il manoscritto Cooke attribuisce invece maggiore responsabilità ad Euclide, in quanto inventore della Geometria, che viene ancora ricordata dalla lettera G, all’interno della stella fiammeggiante, stella a cinque punte, pentalfa pitagorico, pentagramma cabalistico, simbolo del principale e vero grado muratorio di compagno, almeno fino al 1717, in quanto rappresentante dell’uomo che, grazie proprio alla conoscenza della Geometria, ottiene l’illuminazione.

Numero deus impare gaudet

Il più antico rituale tirato a stampa nel 1724, a Londra, “The Grand Mystery of Free-Masons discovered wherein are the several Questions put to then at their Meetings and Installations”, sottolinea la conformità con la tradizione pitagorica, attribuendo, ad esempio, particolare importanza ai numeri dispari: :“Numero deus impare gaudet”. “Anche Platone insegna molte e mirabili sentenze sugli dei per mezzo delle forme matematiche e la filosofia pitagorica usando di questi veli copre la sacra disciplina delle sentenze divine”, ebbe ad affermare Proclo nel suo commentario ad Euclide.

pietra cubica della maestria

“Una delle rappresentazioni della pietra filosofale è fornita dal cubo, cui corrisponde in una tradizione affine la la pietra cubica della maestria della Grande Opera. – scrive Reghini in un altro saggio del 1934 (a proposito de “Il Fascio Littorio”, sempre ripubblicato in “Per la restituzione della Massoneria Pitagorica Italiana”, da Raffaelli, Rimini, 2005) – Ora è il cubo un poliedro regolare, che ha dodici spigoli e che ha la singolare proprietà di poter riempire tutto lo spazio senza lasciare vuoti. Infatti, come è facile verificare, si possono disporre adiacenti alle sei facce di un cubo altri sei cubi eguali e così via procedendo, in modo che ad ogni cubo ne siano adiacenti altri sei, ed immaginando di spingere oltre ogni limite, lo spazio viene riempito da questi cubi. Nel simbolismo geometrico ogni pietra cubica è così atta ad occupare perfettamente il suo posto nel Tempio”.
L’uso di forme geometriche come simboli filosofici viene ripreso dalla pietra cubica, grazie al riconoscimento da parte di Platone, nel Timeo, dell’elemento terra nel cubo e fuoco nella piramide. Ma i greci a quell’epoca, ci riferisce Ammiano (22,15,29), erano soliti chiamare piramide ogni poliedro ottenuto dalla proiezione da un vertice di un poligono piano, e non soltanto quello a base quadrata, poiché come la fiamma del puros tutti si vanno restringendo verso l’alto. Per altri, l’etimologia sarebbe invece, più propriamente, egizia, provenendo da una corruzione di pirem-us, altezza. Nella pietra cubica l’elemento materiale, terrestre, il sale alchemico, viene purificato dall’opera di levigazione dello zolfo, fuoco, spirito. L’identificazione dell’uomo con la pietra, e della carne con la terra, viene attestata anche dall’etimologia : homo, humanus, humus.

Tubail-cain

Nelle sacre scritture, vengono citati quali precursori più noti dell’arte, dalla torre di Babele al Tempio di Salomone, oltre al personaggio più noto di Hiram, anche il meno conosciuto Tubail-cain, a cui Olaus Borrichius attribuisce l’invenzione dell’alchimia, mentre Robert Fludd, in “De Natura simia seu tecnica” (1618), quella della musica. Per Fludd la matematica era inscindibile da una visione armonica e complessiva del cosmo, con il recupero della sapienza alchemica. Ed i testi alchemici beneficiarono di alto credito presso filosofi, medici e matematici tanto da condizionare Isaac Newton, il quale ha lasciato migliaia di pagine di appunti occultistici, soprattutto di carattere alchemico, a significativa testimonianza dell’importanza di una gnoseologia alternativa che interagiva con le ricerche della scienza sperimentale.

Cephas

Sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, si ritrovano espressioni come “pietra” di fondazione, pietra angolare, fondamenta, chiave di volta, colonne. Matteo (7, 24) dichiara che l’uomo giudizioso edifica la propria casa su di una roccia. Nella seconda epistola ai Corinti (6,16), Paolo paragona i fedeli al tempio, naos, e per ciò stesso ad una nave. Ancora Matteo (16,18) parla della costruzione della chiesa sulla pietra dell’apostolo Simone, il quale per questo motivo cambia il proprio nome. Joachim Frigerius, nel “Summum bonum quod est Verum Magiae Cabalae Alchimiae verae fratrum Rosae Crucis verorum subjectum” (Oppenheimi, 1629) commenta questo passo identificando il lapis dei filosofi con il Cristo che pervade l’umanità tutta “e quindi noi siamo le membra della pietra spirituale e conseguentemente siamo delle pietre viventi tratte da questa pietra universale. Perciò non soltanto a Pietro, ma ad ogni cristiano compete il nome di Cephas”.

acrogoniaion

Nella prima epistola del padre della Chiesa (2, 8 ) si discute del rapporto tra gli oicodomuntes, coloro che costruiscono le case, e la “pietra di incappo e sasso di intoppo”, una pietra da porre al capo dell’angolo, acrogoniaion. E tale acrogoniaion acrogoniaion è più volte citato da Isaia (28, 16), dal Salmo (118:22), Matteo (21,42), Pietro (I, 2, 6), Paolo (Agli Efesini 2, 19, 22). Ed Origene fornisce questa spiegazione con valenza sessuale: “lapis angularis vel quia duos parietes e diverso, id est, de circumcisione et praeputio venientes in unam fabricam Ecclesiae jungit; vel quod pacem in se angelis et hominibus fecit”.

Saggezza di Salomone

Di Salomone la Bibbia ci dice che avesse superato in saggezza gli stessi egizi (I Re V,10). Ne Il libro della sapienza, attribuito a Filone Ebreo, la proverbiale saggezza di Salomone viene identificata con il Logos e le si attribuisce la proprietà di pervadere tutte le cose senza essere sottoposta ad interruzioni. La sua purezza influenza le anime sante dei profeti, ma possiede innanzitutto poteri magici. In una leggenda cabalistica Salomone si permette di ordinare ai demoni di guidare Hiram, re di Tiro a visitare i sette compartimenti dell’Inferno. Nelle Mille ed una notte, , il suo anello magico possiede poteri di dominio su tutte le creature. Le cosiddette Clavicole di Salomone costituiscono il principale riferimento di magia cerimoniale ed operativa. Quando si fa menzione del suo Tempio e della sua edificazione, implicitamente si parla di lavorare alla costruzione simbolica del valore morale e spirituale della saggezza.

le concezioni rosicruciane

Il tempio iniziatico venne descritto da Giordano Bruno nel capitolo Urbs cabalistica di “De Monade, numero et Figura”: “Descripsit seclum, tetradis sub lege propheta, cui Domus est Quator laterum, Templumque quaternis cornibus adsurgens” ”. Tommaso Campanella (Città del Sole) colloca la suprema iniziazione in un tempio ideale. Quest’opera, insieme alla Nuova Atlantide di Bacone, sembra aver fornito un tramite alle concezioni rosicruciane del tempo. La descrizione baconiana degli abitanti dell’isola di Ben salem definisce esattamente la condizione dei rosacroce di allora: “grazie alla loro solitaria situazione, ed alle leggi del segreto verso i viaggiatori ed alle rare ammissioni di stranieri, conoscono bene la maggior parte del mondo abitabile, e sono essi stessi non conosciuti”.

il Collegio dei Lavori dei sei giorni

“Lo scopo della nostra fondazione è la conoscenza delle cause e dei movimenti segreti delle cose; e l’allargamento dei limiti dell’impero umano, per effettuare tutte le cose possibili”. Un collegio di savi costituisce “the very eye” del regno di Ben salem. “Circa 1900 anni or sono regnò in quest’isola un re, la cui memoria più che tutte le altre onoriamo; non in modo superstizioso ma come un istrumento divino benché uomo mortale. Il suo nome era Solamone, e noi lo stimiamo come il legislatore della nostra nazione… Tra gli atti eccellenti di questo re uno ebbe sopratutti preminenza. Fu l’erezione e la istituzione di un ordine, o società, che noi chiamiamo casa di Salomone, la più nobile fondazione, pensiamo, che sia mai stata sopra la terra, e la lanterna di questo regno. Essa è dedicata allo studio delle opere e delle creature di dio. Alcuni pensano che essa porti il nome del fondatore alquanto corrotto, perché dovrebbe essere la casa di Solamone, ma i documenti lo scrivono come è detto. Ed io penso che sia così denominata dal re degli Ebrei, che è famoso presso di voi e non è straniero per noi, perché abbiamo alcune delle sue opere che voi avete perduto: precisamente la Storia Naturale che egli scrisse di tutte le piante, dal cedro del Libano al muschio che cresce dai muri, e di tutte le cose che hanno vita e moto. Questo mi fa pensare che il nostro re, trovandosi a simbolizzare (ossia a concordare) in molte cose con quel re degli Ebrei (che visse molti anni prima di lui) lo onorò col titolo di quella fondazione. Ed io sono tanto più indotto ad essere di questa opinione perché nelle antiche memorie trovo che questo ordine o società talvolta è chiamato Casa di Salomone e qualche volta il Collegio dei Lavori dei sei giorni, per mezzo di che mi persuado che il nostro eccellente re aveva imparato dagli Ebrei che Iddio aveva creato il mondo e tutto quello che vi è dentro nello spazio di sei giorni; e perciò egli istituì quella casa per scoprire la vera natura delle cose (di modo che Dio potesse avere la maggior gloria nella loro fabbricazione e gli uomini il maggior frutto nel loro uso), e le diede anche il secondo nome”.

amore e architettura

La geometria, che Cooke definisce la prima causa di tutte le altre “scienze liberali”, appartiene in particolare a quelle del “quadrivio”, insieme con aritmetica, astronomia e musica, impostate sul numero, mentre quelle del “trivio”, grammatica, retorica, dialettica, sono improntate al linguaggio.
Massimo di Tiro, il maestro di Giuliano imperatore, quello che dai cristiani fu definito l’apostata, chiamava, in uno, e reale e pastorale l’arte di condurre il genere umano, espressione ripresa dal Tasso in un verso dell’Aminta: “usi ogni arte regale chi vuole il regno”.
Francesco Colonna, l’autore dell’Hypnerotomachia Polyphili, , individua in amore e architettura gli argomenti cardine del Roman de la Rose. E Dante stesso definisce “cieco carcere” l’Inferno (X, 58) e “miro e angelico tempio” il Paradiso (XXVIII, 51).

il ramoscello di mirto

Il suo poema l’Alighieri lo definisce una Comoedia, comunque si intenda questo termine, ed innanzitutto in senso dionisiaco, opera di comasti o di adepti all’incubatio. Certo ha ben poco di cattolico, se non di cristiano. Semmai si presenta come una sorta di prosecuzione del VI Canto dell’Eneide, quando l’eroe vivente rinviene il ramoscello di mirto, discende all’Ade ed apprende il segreto iniziatico dei misteri orfico-pitagorici. Ciò equivale al conferimento della verità circa i principi della vita, come sostenne Cicerone in De Lege (II, 14) Plutarco, Apuleio e gli altri che trattarono quest’argomento da specialisti, ci riferiscono di preliminari pratiche catartiche, cerimonie simboliche e di vere e proprie estasi che sfociano nella beatitudine.
Le laminette orfiche, che servivano da viatico per il defunto, parlano di due fonti, Lete, l’oblio, e Mnemosine, la memoria. Bevendo alla prima, l’incoscienza lo dannava, mentre l’altra sorgente avviava l’epopta ai Campi Elisi: “Son figlio della terra e del cielo stellato. Fammi dissetare alla fresca sorgente di Mnemosine, perché io possa essere nume divino e non più mortale”.
La concezione pagana non accordava una vera e propria sopravvivenza alle anime, ma soltanto una immemore incoscienza; iniziati ed eroi potevano invece divenire immortali.

Eunoé

Protagonista della Commedia è l’uomo ed il tema la sua rigenerazione, la metamorfosi, come per Apuleio, della Psiche, o il raggiungimento dell’Eunoé (Purgatorio XXVIII, 131; XXXIII 127-145) che “la tramortita sua virtù ravviva”, procurando una rinascita. Nel simbolico viaggio si realizza la palingenesi ed il poema non è altro che l’esposizione dei mutamenti della coscienza.
La dottrina nascosta sotto “il velame delli versi strani”, il soggetto principale della Commedia non è altri se non la rinascita spirituale mediante la metamorfosi operata dall’iniziazione. Il simbolismo dantesco, come per Paolo ai Corinti, spesso è attinente alla navigazione (nave, naos, tempio). Egli è un pellegrino per la diserta piaggia, per lo stretto passo, per l’aspro diserto, prende un’acqua che mai non vi corse, è un navigante pel mare dell’essere”, commenta Arturo Reghini nel saggio del 1921 (“L’Allegoria esoterica in Dante”, ”, ripubblicato ora in “Per la restituzione della Massoneria Pitagorica Italiana ”, da Raffaelli, Rimini, 2005).
Arcaico questo simbolismo del mare, della nave e della vela, il velame che asconde la dottrina, ma che fa correre sulle acque, eppure squisitamente mediterraneo. I cristiani lo acquisiscono definendo navate le loro chiese. Ma la navicella di san Pietro dapprima era appartenuta a Giano, lo sposo di Venilia, dea del mare e delle sorgenti, e primo costruttore di navigli.

Ulisse

“Si vede che cosa diventa l’impresa di Ulisse nella commedia. Ulisse, il navigatore per eccellenza, ha un tale ardore a divenir del mondo esperto, e delli vizi umani e del valore che non è vinto dalle dolcezze del figlio, dalla pietà del vecchio padre, e dal debito amore di Penelope; e perciò si mette per l’alto mare aperto; e dopo averne navigato tanto da divenire vecchio e tardo viene finalmente a quella foce stretta, ov’Ercole segnò li suoi riguardi acciocché l’uom più oltre non si metta. Ma Ulisse ed i suoi compagni non tornano indietro per questo; anzi ricordano che non sono stati fatti a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza; e quindi si avventurano con folle volo nell’alto passo per ottenere l’esperienza del mondo senza gente, di retro al sol; cioè di quella condizione in cui la coscienza vive di vita tutta interiore, al di là e fuori di ogni celebrazione dovuta ai sensi umani, ed in cui non c’è né gente né sole. Ma questa è un’acqua assai perigliosa e non tutti possono trarsi a riva e volgersi a guardare lo passo che non lasciò giammai persona viva, e che può superare solo chi muore di morte mistica…

Beatrice

Solamente al cospetto di Beatrice, Dante diviene come Glauco, dopo aver gustato l’erba “che il fé consorte in mar degli altri dei” (Paradiso I, 69-70). “La nobile anima ritorna a Dio, siccome a quello posto, ond’ella si partia quando venne ad entrare nel mare di questa vita” (Conv. IV, 28). “Ed infatti, - conclude Reghini- giunto alla fine della navigazione, e giunto l’aspetto suo col valore infinito (Parad. XXXIII), arriva a vedere che nel suo profondo si interna, legato con amore in un volume ciò che per l’universo si squaderna. Crede di aver visto la forma universal di questo nodo…”.

Nicola Cusano

Niccolò Krebs da Cues, più noto come Nicola Cusano, nelle sue “Excitationum ex Sermonibus”, disquisendo sul tempio di Gerusalemme edificato da Salomone, lo descrive testualmente come il luogo deputato alla visione degli dei, dove appunto i sacerdoti, per investigare le cose occulte, potevano consultarli, ricevendo responsi profetici per iscritto. Si sofferma poi sulle mistiche nozze del re e della regina, del sole e della luna, da cui nasce la pietra filosofale, perché così la sapienza discende dal cielo per incarnarsi (“verbum caro factum est”), e, secondo la dottrina cabalistica: “Anima plena superiori conjungitur”. “L’anima zelante, che viene scelta in sposa per il figlio di Dio, il quale abita l’immortalità, ossia la celeste incorruttibilità, affinché sia gloriosa e degna, si conforma in questo mondo alle leggi ed ai costumi dello sposo e si adatta alla trasmigrazione, come vengono levigate le pietre (sicut lapides poliuntur) che devono essere trasportate all’edificio del tempio di Gerusalemme dove è la visione di Dio. Ed affinché tutte le pietre abbiano la debita misura, il maestro discende da Gerusalemme ai rudi monti del deserto, e le forma e poi le taglia per addurle e collocarle nel santo edificio. Così la sapienza di Dio discende dal cielo nella carne, e sceglie la sposa che lavi col suo sangue, affinché sia sposa, e conosca (di essere) grandemente diletta dallo sposo, che si dette in morte per essa. Ma la sposa zelante chiamata alle nozze dell’agnello, vale a dire del suo sposo immacolato, non può celebrare le nozze se non in Galilea, vale a dire in trasmigrazione. E’ necessario dunque che si dimentichi del padre, e che esca dalla sua terra e dalla sua famiglia paterna e segua il re che concupisce la sua bellezza: come in questo mondo le spose quanto più sono nobili, a tanto più distanti sposi vengono spesso trasferite”.

Venere Urania

Platone, nel Fedro e nel Convito, suddivideva il divino furore in quattro specie, dando il primato all’Amore simboleggiato da Venere Urania. Ed a Venere si richiama il racconto del viaggio simbolico di un adepto, contenuto in un manoscritto alchemico, forse settecentesco, della Biblioteca dell’Arsenal: “Con la protezione dell’Altissimo o tetrapentagrammaton, di cui la sovrana bontà mi ha conservato sempre questo prezioso mezzo (milieu) quod tenuere beati, nel mio pellegrinaggio laborioso tra il cielo ed il globo pietroso ho respirato e trovato il mio nutrimento tra i due poli artico ed antartico, nel sommo dei cieli e nella sfera di Saturno, nel conspetto molto benefico di Venere. Grazie alla favorevole introducione di Mercurio, mi sono visto condotto nel gabinetto del Sole… dove ho riconosciuto che la vera e maestra pietra angolare e cubica è la base ed il vero centro della luce, che esce per se stessa dalle tenebre di questo sasso bianco, di questa unzione che insegna tutte le cose, di questa saggezza celeste che assiste continuamente il trono dell’Altissimo, da cui esce questo olio di gioia, questo balsamo di vita triangolare…”

chicco di grano

Analogamente al XIII capitolo dell’Introitus apertus ad occlusum Regis palatium (1645) del Philalete, nel “Novum Lumen Chemicum” (1653), attribuito a Sethon (Alexander Sidonius), noto come Cosmopolita, putrefazione e resurrezione vengono paragonati al chicco di grano, appartenente alla più antica tradizione iniziatica egizia ed eleusina.
Michele Sendivogius, detto il Cosmopolita, come il suo maestro Sethon, chiama via regia quella seguita dalla santissima arte filosofica. In “De Sulphure” (1650), scrive testualmente: “Beato te, se tu sai che il sangue dello zolfo è quella virtù e sincerità intrinseca che converte e congela l’argento vivo (il mercurio) in oro… lo zolfo è più maturo degli altri principi, ed il mercurio non si coagula se non collo zolfo. Quindi tutta la nostra operazione in questa parte non è se non di sapere fare uscire dai metalli lo zolfo col quale il nostro argento vivo si coagula in oro ed argento nelle viscere della terra: il quale zolfo in questa opera viene tenuto al posto del maschio, e quindi più degno, ed il mercurio al posto della femmina. Dalla composizione e dall’atto di questi due si generano i mercurii dei filosofi.”

L’Adepte moderne, ou le vrai secret des Francs-Maçon

L’Adepte moderne, ou le vrai secret des Francs-Maçon” (1747) tratta piuttosto della trasmutazione dei metalli. E di contro, anche squadra e compasso erano simboli ricorrenti tra gli alchimisti. In “Joannis Danielis Mylii Tractatus III seu Basilica Philosophica” (Francoforte, 1618) l’ermafrodito ermetico, Rebis, viene raffigurato dentro l’uovo dei filosofi con nella destra un compasso e nella sinistra una squadra, ritto su di un dragone che sormonta un globo terrestre alato con inscritto un triangolo ed un quadrato. E’ questa la materia della prima opera, come dice il Philalete “rem ex binam confectam juxta poetam: Res rebis est bina conjuncta, sed tamen una”. Nel testo delle “12 chiavi della filosofia” attribuito a Basilio Valentino il simbolo del sale è affiancato dalla pietra cubica e dalla terra. La purificazione avviene attraverso la prova degli elementi terrestri: “Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem”. Il simbolo del mercurio con sole a destra e luna a sinistra sta al centro, sotto il simbolo dello zolfo, un triangolo equilatero con una croce alla base. Dentro il triangolo la Fenice tra le fiamme e sul vertice Saturno incoronato con una falce nella destra ed un compasso nella sinistra: “Sopra la pietra cubica – spiega Reghini- e sotto l’influsso del sole e della luna si forma il mercurio, che unisce la pietra cubica allo zolfo entro cui la Fenice risorge dalle fiamme. Sta in sommo Saturno che tiene in mano la falce del tempo ed il compasso dell’eternità. La proprietà del mercurio (l’argento vivo mobile come il pensiero) di fissarsi e di amalgamarsi coll’oro (il sale) e con l’argento (la luna) ne fa un simbolo alchemico preciso ed efficace… la grande opera si attua mediante l’amalgama, l’assimilazione della coscienza individuale in quella non indifferenziata”. La Fenice però per Reghini non risorse; sia pur antesignano dell’”Imperialismo Pagano”, venne emarginato dal regime concordatario, e trascorse i suoi ultimi anni, quasi esule in patria, lasciandoci opere indimenticabili sul pitagorismo, ma senza poter assistere al risveglio d’interesse per l’esoterismo che si ebbe negli anni successivi.

Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale
Bramani L. : “Mozart massone e rivoluzionario”, Bruno Mondatori, Milano, 2005
Conti F. : “Storia della Massoneria italiana: dal risorgimento al fascismo”, Il Mulino, Bologna, 2003
Gleick J. : “Isaac Newton”, Codice, Torino, 2004
Ierace G. M. S. : “Dante Iniziato”, su “Rivista Massonica”, 6, pag. 357, giugno 1972
Ierace G. M. S. : “L’Ideale Massonico”, su L’Età dell’Acquario, 8, pag 29-31, genn-febbr 1972
Ierace G. M. S. : “Il linguaggio segreto di Dante e dei fedeli d’Amore”, su Atrium, I, 3, pag 59-64, Equinozio d’Autunno, 1999

Reghini A.: “Per la restituzione della Massoneria Pitagorica Italiana”, Raffaelli, Rimini, 2005

Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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