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Scritto da Administrator   
domenica 16 marzo 2008

Rito e Mito del Farmaco in jerobotanica: Psicologia del Nichilismo/La Tossicodipendenza come Rimedio

Lincontro con il Daimon può senz’altro essere considerato alla stessa stregua di un’esperienza del tutto reale anche nella nostra epoca, e per l’uomo contemporaneo intendo.Certo una tale figura diabolica si incarnerebbe maggiormente in coloro i quali riescono a valorizzare a tal punto l’esperienza estatica dello stordimento da raggiungere la consapevolezza della vacuità ontologica e dell’annientamento quale fine ultimo. Concezioni queste in grado di fomentare l’attribuzione dei valori più alti a quanto distoglie dal pensare e con ciò dalla sofferenza stessa dell’esistenza.

La droga, il farmaco per eccellenza, consente di evitare l’angoscia che si prova di fronte all’orrore evocato dall’imminente disfacimento, cortocircuitando ogni barlume di trascendenza, e non comprendendo il senso delle inevitabili tribolazioni mondane.

La ricerca di alterazione dello stato di coscienza non necessariamente corrisponde ad un motivo di espansione della stessa, ma al contrario potrebbe risolversi in una limitazione a vissuti empatici, di visione cosmica, co-appartenenza, “insight” talmente solipsista e riduttivo (sino all’inverosimile) da poter percepire ciò che in sè c’è d’altro.
La percezione dell’”altro in sè” potrebbe, in ultima analisi, corrispondere alla riscoperta della propria animalità e/o divinità. Ciò non toglie che comunque significati ed esiti esperiti sotto l’effetto di droghe siano mediati soprattutto da aspettative personali, soggettive e da fattori culturali convenzionali.
Il problema dell’incontro con l’animale (ovvero con il Dio) che c’è in noi viene espressamente concettualizzato dal mito del Sileno interrogato da re Mida, il quale vuol sapere quale sia la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo.
Il Sileno, sardonico, risponde: “Perchè mi costringi a dire ciò che per te sarebbe più vantaggioso non apprendere mai? Il meglio è per te assolutamente irreggiungibile: non essere mai nato. E la cosa, in subordine, migliore è morire presto, prestissimo, subito!”
Ecco il vero Rimedio: ciò che fa ritornare al più presto tra le braccia del Nulla!
Ignorare ciò che è meglio non è il massimo, ma agevola più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Da qui il valore dell’ignoranza in grado di superare ogni sofferenza. Analogamente l’”Epistéme” di Socrate
corrisponde ad un credere di sapere ciò che non si può conoscere.
Perchè si teme la morte se non la si conosce e quindi non si può sapere se è un male?
Socrate conclude di non temere la morte e di nutrire la speranza ch’essa sia un bene, il sommo bene. Ma soprattutto afferma di non sapere nulla, proprio Nulla, e quindi di non conoscere neppure se la morte sia o no un bene o un male.
E’ sempre l’Ignoranza a trionfare! Piuttosto che l’angoscia per la morte, meglio non essere più niente, non sentire più nulla, non sapere alcunchè, appunto l’ignoranza dell’”epistéme”.
“una volta posta la domanda relativa al senso della vita di fronte alla necessità del dover morire, il credere di poter tornare nello stato in cui si era prima dell’interrogativo può sembrare un aiuto “- scrive Ines Testoni in “Psicologia del Nichilismo:La Tossicodipendenza come Rimedio”(Franco Angeli, Milano,1997).
Ciò che promette una condizione di ignoranza è terapeutico. Eppure la droga promette anche una “conoscenza” empirica di ciò che sta al di là dello stato normale della propria coscienza, o quanto meno una sospensione di questa.

“Ma il rifiuto del problema, per quanto sia una risposta, non è una risoluzione… Il tossicodipendente già vede i rimedi nella loro insostenibile difficoltà, riconoscendone il radicale inganno rispetto all’inevitabilità della morte, ed è colui che si fa rapire dalla speranza di poter trovare empiricamente ciò che Socrate intendeva disvelare tramite la ragione. Si trova quindi ad affrontare il senso piuù profondo dell’abbaglio chimerico e della dissimulazione, perchè ciò che incontra è appunto il nulla, su cui si erige il valore dei ripari e della speranza di evitare la persecuzione”.
“La felicità non appartiene all’uomo:è un dono gratuito di Dio,che può farselo restituire. Contrariamente a quanto avrebbe pensato Aristotele,questo Dio è invidioso perchè non vuole che la felicità venga ad appartenere alla natura dell’uomo. Dice infatti il Dio biblico: Ecco Adamo è divenuto quasi uno di noi, e conosce il bene ed il male. Che egli non abbia a stendere la mano, e prendere anche dall’albero della Vita, e mangiare, e vivere in eterno!(Genesi:3,22)”.
Per l’invidia del Dio, sin dal principio, un cherubino con una spada fiammeggiante e roteante sbarra la via che conduce all’orto incantato dove crescono l’albero della Vita e della felicità.
La sofferenza dell’uomo è determinata da ciò che egli crede di essere. Angoscia che scaturisce dalla visione terribile della realtà delle cose. La volontà di vivere è illusione, l’illusione che maschera questa” chiaroveggenza”.
E l’illusione appare quale Rimedio. Eppure vi sono state grandi droghe in cui è consistita la sapienza tradizionale, e poi vi sono quelle della tossicodipendenza, solo l’esperienza jerobotanica sarà in grado di distinguerle.

Giuseppe Ierace

Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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