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La via del guerriero PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 16 marzo 2008

COSCIENZA INIZIATICA E CONFLITTI

Mariano Bianca
Università Siena

Nella vita umana vi sono molte vie che si possono percorrere non solo per soddisfare le proprie potenzialità, ma anche per cogliere un senso al proprio essere al mondo e così tentare di non essere in balia del non senso e della mera quotidianità. Si è nati senza sapere perché ed una volta che la coscienza avverte la consapevolezza del nostro essere al mondo, allora inizia quella ricerca forzata che ci spinge a dare ragione della nostra presenza. E' proprio la nostra coscienza che ci induce a riflettere e a porsi domande, non solo sul cosa sarà di noi dopo la morte ma sul come gestire la propria esistenza. La ricerca, allora, è continua, giornaliera, e non può che portarci a dare risposte diverse per proseguire il cammino terreno che altri hanno aperto a nostra insaputa. Se estendiamo, in modo forse troppo ampio da un punto di vista semantico, il termine iniziazione, allora possiamo riferirlo a ogni nascita e alla susseguente consapevolezza di essere al mondo. Ogni uomo così è un iniziato per il fatto, pur non intenzionale, di essere nato, cioè la sua iniziazione alla vita, e per quella continua ricerca di senso e di ragione che lo accompagna durante l'intera esistenza; ed ogni uomo è un iniziato anche perché la sua vita è un processo di continuo cambiamento che, se si vuole, converge verso qualche méta finale od intermedia e continua a divergere sempre verso un nuovo altrove. Si tratta di un processo iniziatico, per così dire, profondamente insito nella vita biologica accomunata dalla coscienza, come apprensione di se stessi e della propria presenza al mondo, e come consapevolezza esplicita del modo di essere e degli obiettivi che, intenzionalmente o meno, si tende a perseguire: le diverse vie e lo scorrere della vita giornaliera. In questo senso ampio, la dimensione dell'iniziazione coinvolge l'essenza ultima e profonda della coscienza/consapevolezza umana che avverte l'inizio della presenza al mondo ed è sollecitata al proseguimento con la certezza che il cammino avrà una fine, oggi o domani. Forse è solo con la coscienza suicidale, cioè la consapevolezza dell'appartenenza della propria vita a se stessi e non ad altri, che la coscienza può, anche se in modo funzionale, superare la limitazione insita nella vita, cioè la sua inevitabile disfatta; il suo inevitabile e definitivo allontanamento dalla coscienza, e quindi anche dal mondo. In questa condizione il conflitto è aperto e la battaglia è l'unico luogo in cui si svolge l'esistenza; la battaglia della propria coscienza, da una parte con il mondo, con le sue attrazioni e i suoi inganni, e, dall'altra, con i dati della consapevolezza che coglie ogni situazione, che non sa spesso come indicare le vie per proseguire, che disordina quanto si è tentato di ordinare e che avverte la psiche che il percorso avrà una fine, che la coscienza stessa è portatrice della sua fine. Si tratta di una battaglia interiore che non di rado si appresta nel mondo con qualsiasi arma che l'uomo può avere a disposizione, incluse quelle materiali che distruggono e che così aprono le vie a nuove risorse. Che la vita sia una battaglia è noto a tutti e molti pensatori lo hanno indicato in modo chiaro come è il caso di Ernst Junger che proprio nell'espressione la vita come battaglia interiore ha posto i limiti stessi della vita, quella della sua continuità di trasformazione, proprio come avviene nella dimensione strettamente biologica in cui ogni vivente ed ogni specie lottano (in senso darwiniano e sociobiologico) per la propria sopravvivenza, per sfuggire alla morte, all'annientamento. Per l'uomo, questa battaglia è aggravata dalla coscienza che è una sentinella che osserva e non permette di sfuggire a tutto ciò che accade e che lancia gridi di allarme ad ogni piccolo movimento o all'apparizione di qualcosa all'orizzonte. La battaglia è così il campo in cui si svolge la vita concreta che è, per così dire, lo specchio della battaglia interiore: la battaglia è il campo proprio della coscienza. Essa è per sua natura conflittuale: quello che c'è e quello che sta per esserci, quello che c'è ed è al contempo scomparso, quello che c'è e che non trova ragione, quello che non ancora c'è e che si affaccia con prepotenza e scalza ogni altro contenuto; quello che c'è e il suo opposto, quello che c'è e le diverse ragioni che lo attestano. La coscienza sfugge via troppo velocemente rispetto allo scorrere altrettanto veloce dell'esistenza. Ci si trova, allora, entro la coscienza densa di conflitti che si affacciano, la scompigliano e spesso non indicano né soluzioni né vie. La coscienza è il luogo della battaglia ed ogni via umana è per questo un tentativo di controllare la propria coscienza che sfugge via e sfuggendo sparpaglia ogni cosa che è stata raggiunta: tutto si rimette in gioco, i conflitti cambiano, i nemici sono amici, ciò che c'è perde di senso e ciò che non c'è sembra non averlo. Così lo sforzo dell'uomo è proprio la gestione della coscienza ed, in effetti, ogni filosofia dell'esistenza, sia formulata da filosofi, esoterici o pensatori sia intuita da ogni uomo, ha l'obiettivo di porre un ordine ai contenuti della coscienza, indicare e controllare il suo inevitabile flusso e, ben più difficile, far sì che essa si arresti e venga posta sotto controllo: che la coscienza controlli e guidi se stessa. Ma come ciò può accadere? Come può verificarsi che un sistema possa essere al contempo se stesso e qualche altra cosa? Come può sfuggire da se stesso per osservarsi, controllarsi e guidarsi? Da un punto di vista puramente logico è difficile sostenere questa possibilità in quanto quella parte che opererebbe come guida è il prodotto proprio di ciò che deve essere guidato. Una aporia centrale, sconvolgente e ineludibile. Per questo ogni via del cammino della vita della coscienza è intrisa non solo dei conflitti al suo interno tra l'uno e l'altro contenuto, ma proprio da questo insanabile conflitto tra la coscienza e se stessa, tra il suo fluire e la guida di esso. Anche per questo motivo, ogni vita umana ed ogni coscienza opera in un processo che richiama, od è, di natura iniziatica, proprio perché tende a prendere possesso della coscienza in modo tale da guidarla; ma ancora dove? Dove la coscienza stessa indica. Ed allora? L'aporia non sfugge via, non si annulla e la coscienza non può che restare inviluppata nel suo conflitto che possiamo chiamare il conflitto dimensionale, tra la dimensione della coscienza che opera e la dimensione della coscienza che guida l'opera stessa. E ciò è proprio un nucleo fondamentale della via iniziatica, propriamente detta. Ogni filosofia antropologica tende a proporre soluzioni a questo conflitto dimensionale e in modo particolare questa intenzione è propria di ogni via iniziatica: diversamente da quelle fideistiche che tendono a far sì che la coscienza si salvi, che il conflitto dimensionale si superi, limitando forzatamente il fluire della coscienza e in tal modo negando la coscienza, cioè annullando la sua forza e la sua portata dissacrante all'interno della psiche. Le vie iniziatiche, invece, non prospettano tale annullamento, bensì indicano i1 duplice cammino: la presa d'atto della conflittualità della coscienza senza il suo annullamento e 1a ricerca continua di porsi nella dimensione della tendenza verso qualcosa che la coscienza stessa può formulare. In effetti, ogni via iniziatica è una via, qualunque essa sia, che è consapevole del conflitto dimensionale e non si propone di negarlo ma di guidarlo in una determinata direzione, inclusa quella della messa tra parentesi dei contenuti della coscienza e di non considerarli mai come definitivi ma sempre come condizioni che portano ad altre. In termini diversi, ogni via iniziatica è una via che si proietta all'interno della coscienza e si adopera per far sì che essa sia la guida di se stessa. Ogni via iniziatica, proprio perché si pone questo obiettivo, è una via che si volge nell'aporia e resta saldamente in essa senza illusioni di un superamento nella costrizione della coscienza. Per questo, la via iniziatica è sempre tragica e porta l'iniziato a essere cosciente che la sua è una continua battaglia entro la battaglia interiore della coscienza. Se è vero che, nel senso ampio indicato, ogni vita cosciente e consapevole si svolge su un piano iniziatico, il nascere e i1 trasformarsi senza costrizioni dell'attualità per mirare a qualcosa d'altro, la via iniziatica propriamente detta è quella via che non solo si distingue dalle altre vie umane, ma si pone entro la consapevolezza che la battaglia è interiore e che vi è sempre per se stessi un oltre, un altrove verso cui dirigersi senza tenere in alcun conto di ciò che accade nel mondo, nel mondo degli umani e, ancora più forte, entro il proprio mondo interiore: da qui il distacco da tutto ciò. Un distacco consapevole ma non tale da annullare né ciò che ci circonda né la propria interiorità. In tal senso non sono iniziatiche, pur essendo anch'esse delle vie, quelle che portano a un totale annullamento della coscienza e al totale distacco dal mondo e a un completo abbandono mistico o fideistico; via ascetica della negazione di sé e del mondo e via della negazione della sete dell'esistenza del buddismo della grande via, anche se questo ultimo, se ben inteso, si può prospettare entro una via iniziatica; ed ancora via costrittiva che porta al cieco subire da parte della coscienza di contenuti che la riempiono negando ogni altra cosa e quindi la annullano non nella forma del suo vuoto, ma del suo pieno di qualcosa che ne arresta il suo flusso. Si è detto all'inizio che le vie sono molte, incluse quelle indicate poco sopra, che non sono iniziatiche, che hanno come scopo anche quello di superare i conflitti della coscienza e il conflitto diametrale tra coscienza ed esistenza: il conflitto archetico di ogni vita cosciente ed il conflitto proprio anche della via iniziatica. La via iniziatica, che è una delle vie, invece, si oggettivizza nel conflitto diametrale e in quello dimensionale, ma il suo obiettivo non è il loro mero superamento bensì è rivolto alla loro presa d'atto e alla loro comprensione che conduce a un continuo allontanamento e ritorno entro e fuori dalla coscienza, o meglio, da ciò che essa manifesta in un dato momento del suo fluire. Ecco perché la via iniziatica è una via della battaglia e la via del guerriero è la via dell'iniziato che opera continuamente nel campo di battaglia della sua coscienza, senza annullarla, né negarla, né perseguendo meramente ciò che essa dice, ma prendendone possesso e al tempo stesso standone lontano guardandola come se fosse qualcosa d'altro e di estraneo. Lo specchio è il segno dell'iniziato perché in esso egli si osserva, ma non può negare di vedere quello che è, tuttavia da qui può anche trasformarsi in modo da poter vedere sullo specchio un'altra immagine di se stesso. Il conflitto speculare, che porta con sé quello diametrale (tra coscienza ed esistenza) e quello dimensionale (tra la coscienza e la coscienza come guida di se stessa), è continuo e duraturo e non tale da far pensare che l'iniziato possa finalmente trovare qualcosa che affonda entro la sua coscienza, come un contenuto che era restato sopito ed ora solo emerge; la coscienza non ha contenuti definitivi ed ultimativi a cui appellarsi e se così si pensa allora la ricaduta è ancora una volta quella della via negativa, ascetica o della costrizione che si distaccano dalla corsa tragica ed entusiasmante dell'iniziato. Per questo la via iniziatica, o meglio la coscienza iniziatica, è quella coscienza che non fornisce la soluzione definitiva ai conflitti, né si pasce e resta sprofondata in essi ma li affonda nella coscienza e al contempo li afferra per dirigerli in orizzonti che non conosce e qui sta la forza della battaglia; gettarsi nello sconosciuto di se stessi e di ogni cosa per perdersi e ritrovarsi senza un appiglio definitivo ed ineludibile; così la coscienza dell'iniziato è vuota e piena allo stesso tempo, ma resta sempre aperta, tragicamente aperta; sempre più ricca e senza l'illusione di superamenti definitivi, ma al contempo con continui superamenti e distacchi che non annullano ma portano verso altre sponde del mondo. L'iniziato è così un guerriero, ma quale è il suo campo di battaglia e che ne è dei conflitti ? Il campo di battaglia dell'iniziato-guerriero si scinde in due: la sua interiorità e, come si è detto, la sua coscienza e il mondo che lo circonda. Come agisce nella sua interiorità? Quest'ultima è certamente il campo di battaglia primario e fondamentale in cui l'iniziato pone le basi per edificare la sua coscienza giorno per giorno e per fare in modo da prepararsi per affrontare il mondo delle parvenze e delle illusioni che scompaiono solo quando egli fornisce ad esse un senso che le pone lontano dalla effettiva esistenza interiore. Con 1a propria interiorità la coscienza dell'iniziato non ha solo, come si è detto, un rapporto conflittuale che è fonte della sua forza, ma anche un atteggiamento di attenzione per far sì che ogni contenuto dell'interiorità non sfugga e sia sempre tale da poter essere affrontato con fermezza e chiarezza in modo da valutarne il senso e la portata e renderlo anche oggetto di trasformazione. Per l'iniziato alla sua coscienza nulla è lecito e niente può accadere in modo spontaneo e tale da poter essere così accettato; ogni stato della coscienza è osservato e valutato e solo in un secondo tempo accettato, per questo nulla è posto nella casualità e nel fluire senza alcuna intenzionalità. Sebbene egli si lasci scorrere nella sua coscienza, ogni suo atto o stato è posto all'esame della sua vigilanza e così non può essere in balia della casualità della coscienza che produce autonomamente; ma di una coscienza che edifica intenzionalmente se stessa e niente passa in essa per caso e laddove questo accade, come per ogni uomo, l'iniziato applica il suo sforzo per darne ragione e quindi poi accettare o annullare. Anche così egli continua a vivere nei conflitti che egli crea continuamente nella sua interiorità; la battaglia è così continua ed inarrestabile ed ogni volta la coscienza si libera dai suoi stessi vincoli e da quelli che essa stessa ha generato: un lavoro edificatorio in cui ogni passo superato deve essere sempre rivisto ed ogni liberazione diventa una nuova condanna ed una nuova costruzione da cui ci si deve liberare. Egli è colui che non aspetta che i conflitti interiori nascano spontaneamente dal lavoro della coscienza, ma si adopera per generarli in modo che ad ogni contenuto della coscienza ne venga affiancato un altro parallelo od opposto; egli così è colui che genera la sua stessa battaglia interiore e non aspetta che sia la spontaneità o il mondo esterno a generarla; egli combatte non solo per guidare la sua coscienza, non solo per sanare o superare i conflitti, non solo per accettali e dar loro un nuovo senso, ma soprattutto per farli affiorare alla consapevolezza ponendo sempre una nuova via ed una nuova alternativa: in ciò sta la natura della sua essenza guerriera. Egli è sempre qualche altra cosa di quello che è e questo qualche altra cosa è lui stesso a pensarlo, immaginarlo o indicarlo a se stesso e alla coscienza; egli vive nel nuovo di se stesso e sempre nella condizione di porre qualcosa a fianco a quello che già c'è. Egli, allora, non è un mero combattente che combatte le battaglie che si sono affacciate o che altri hanno innescato; al contrario, è colui che genera le battaglie e i conflitti per poterli affrontare e così superare sempre quello che è e che trova nel mondo. Egli, come Odino, incita l'animo guerriero, cioè la sua coscienza, non solo a gettarsi nella battaglia ma a spronarla e a generarla: è così che vive continuamente in questa dimensione che egli stesso genera. La sua battaglia, come si è detto, è dentro di sé e poi anche nel mondo delle parvenze, nel mondo in cui vive la sua corporeità. La sua battaglia interiore non segue alcuna via di attaccamento al mondo terreno, né ai suoi interessi e alle sue passioni, per questo è sempre al di sopra di essi ed è anche per questo che non può raggiungere alcuna sconfitta. Egli è un guerriero che affina le sue armi per combattersi e la quiete e la tregua sono sempre momentanee, e quando si sente tale è consapevole che è solo in una condizione di attesa. Egli sa attendere che le difficoltà vengano generate o si presentino così come realmente sono e solo allora è in grado di affrontarle con quel distacco che permette di combattere senza coinvolgimento, senza intrusione di un mero fluire della coscienza con i residui del sentimento e dell'emozione. Per questo, la sua battaglia, pur cruenta che sia, si svolge sempre nella dimensione della tranquillità e della pace interiore e questo proprio perché "colui che non viene turbato e resta forte e tranquillo di fronte alla gioia e al dolore è pronto a vivere sempre" ( Bagavad Gita). Che ne è allora dei conflitti? Come si colloca l'iniziato di fronte ai conflitti? Quelli della sua interiorità, come si è detto, è lui stesso che li genera, li attende e li affronta per renderli propri; egli non evade mai quello che accade dentro di sé. E che dire dei conflitti con il mondo-altro e quelli con cui si imbatte nel mondo? Da quanto detto si potrebbe pensare che l'iniziato-guerriero sia indotto dalla sua natura a generare i conflitti, a sostenerli e ad affrontarli e a non sfuggire mai il campo di battaglia. Ma è vero che la propria forza interiore ed iniziatica si manifesta sempre promuovendo lo scontro, agitandolo 0 meramente affrontandosi sul piano della materialità? Non è certamente così ed è solo il mero combattente che si agita nel mondo, al contrario, l'iniziato-guerriero non si allontana certo dal campo di battaglia, ma sa aspettare il momento adeguato per affrontare se stesso e i conflitti. Egli sa essere così distaccato da non pensare solo allo scontro, al contrario, si adopera perché ogni conflitto al di fuori della sua coscienza che lo coinvolge possa essere superato con la comprensione della sua natura mediando, come Ermete, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere; tra l'una e l'altra sponda del mondo, tra l'una e l'altra posizione e presenza degli uomini nel mondo. In questo senso, 1'iniziato-guerriero manifesta la sua ricchezza e forza interiore proprio nella propensione ad attendere, a mediare, a superare, a considerare ed accettare le diverse tendenze e posizioni, senza paura di annullarsi ma anche sempre pronto a sostenere la battaglia, con la consueta calma, qualora non si presenti altra via, ed ogni sforzo sia stato compiuto. Egli può sostare in modo permanente entro la sua conflittualità interiore e di fronte a questa non vi sono mediazioni, ma nel mondo delle parvenze, in cui regna l'illusione, egli sa attendere e sa adoperarsi per superare i conflitti proprio per non essere sommerso da essi e non scomparire anche lui nel mondo di quelle illusioni e parvenze che li animano. Egli così può proporre sempre nuove vie ed è proprio questa la sua essenza iniziatica che gli permette di adoperarsi per superare i conflitti: la sua inevitabile tensione iniziatica lo porta a ritenere che vi sono sempre vie e nuove vie. Egli può essere debole e forte allo stesso tempo e solo così la sua coscienza può continuare a svolgere la sua battaglia interiore. Come iniziato può continuare ad essere un guerriero che pratica la saggezza e la fermezza, che sa essere duttile e risoluto, che sa attendere la battaglia e si adopera per mediare e trovare nuove vie sempre con la certezza che non abbandona mai il campo di battaglia né tanto meno dà tregua alla sua battaglia nell'interiorità della sua coscienza che è sempre guidata e si dibatte tra se stessa e il suo fluire e la continuità dell'esistenza nel mondo con qualsiasi arma che l'uomo può avere a disposizione, incluse quelle materiali che distruggono e che così aprono le vie a nuove risorse. Che la vita sia una battaglia è noto a tutti e molti pensatori lo hanno indicato in modo chiaro come è il caso di Ernst Junger che proprio nell'espressione la vita come battaglia interiore ha posto i limiti stessi della vita, quella della sua continuità di trasformazione, proprio come avviene nella dimensione strettamente biologica in cui ogni vivente ed ogni specie lottano (in senso darwiniano e sociobiologico) per la propria sopravvivenza, per sfuggire alla morte, all'annientamento. Per l'uomo, questa battaglia è aggravata dalla coscienza che è una sentinella che osserva e non permette di sfuggire a tutto ciò che accade e che lancia gridi di allarme ad ogni piccolo movimento o all'apparizione di qualcosa all'orizzonte. La battaglia è così il campo in cui concreta che è, per così dire, lo specchio della battaglia interiore: la battaglia è il campo proprio della coscienza. Essa è per sua natura conflittuale: quello che c'è e quello che sta per esserci, quello che c'è ed è al contempo scomparso, quello che c'è e che non trova ragione, quello che non ancora c'è e che si affaccia con prepotenza e scalza ogni altro contenuto; quello che c'è e il suo opposto, quello che c'è e le diverse ragioni che lo attestano. La coscienza sfugge via troppo velocemente rispetto allo scorrere altrettanto veloce dell'esistenza. Ci si trova, allora, entro la coscienza densa di conflitti che si affacciano, la scompigliano e spesso non indicano né soluzioni né vie. La coscienza è il luogo della battaglia ed ogni via umana è per questo un tentativo di controllare la propria coscienza che sfugge via e sfuggendo sparpaglia ogni cosa che è stata raggiunta: tutto si rimette in gioco, i conflitti cambiano, i nemici sono amici, ciò che c'è perde di senso e ciò che non c'è sembra non averlo. si svolge la vita ...que, rovinoso Spirto il suo cammin precipita u traverso stagni, rupi, erte balze e strette gole" - <strong>Il Paradiso Perduto</strong> - G. Milton - Libro II, versi 1196 - 1198 - Frafica di Gusmand Così lo sforzo dell'uomo è proprio la gestione della coscienza ed, in effetti, ogni filosofia dell'esistenza, sia formulata da filosofi, esoterici o pensatori sia intuita da ogni uomo, ha l'obiettivo di porre un ordine ai contenuti della coscienza, indicare e controllare il suo inevitabile flusso e, ben più difficile, far sì che essa si arresti e venga posta sotto controllo: che la coscienza controlli e guidi se stessa. Ma come ciò può accadere? Come può verificarsi che un sistema possa essere al contempo se stesso e qualche altra cosa? Come può sfuggire da se stesso per osservarsi, controllarsi e guidarsi? Da un punto di vista puramente logico è difficile sostenere questa possibilità in quanto quella parte che opererebbe come guida è il prodotto proprio di ciò che deve essere guidato. Una aporia centrale, sconvolgente e ineludibile. Per questo ogni via del cammino della vita della coscienza è intrisa non solo dei conflitti al suo interno tra l'uno e l'altro contenuto, ma proprio da questo insanabile conflitto tra la coscienza e se stessa, tra il suo fluire e la guida di esso. Anche per questo motivo, ogni vita umana ed ogni coscienza opera in un processo che richiama, od è, di natura iniziatica, proprio perché tende a prendere possesso della coscienza in modo tale da guidarla; ma ancora dove? Dove la coscienza stessa indica. Ed allora? L'aporia non sfugge via, non si annulla e la coscienza non può che restare inviluppata nel suo conflitto che possiamo chiamare il conflitto dimensionale, tra la dimensione della coscienza che opera e la dimensione della coscienza che guida l'opera stessa. E ciò è proprio un nucleo fondamentale della via iniziatica, propriamente detta. Ogni filosofia antropologica tende a proporre soluzioni a questo conflitto dimensionale e in modo particolare questa intenzione è propria di ogni via iniziatica: diversamente da quelle fideistiche che tendono a far sì che la coscienza si salvi, che il conflitto dimensionale si superi, limitando forzatamente il fluire della coscienza e in tal modo negando la coscienza, cioè annullando la sua forza e la sua portata dissacrante all'interno della psiche. Le vie iniziatiche, invece, non prospettano tale annullamento, bensì indicano i1 duplice cammino: la presa d'atto della conflittualità della coscienza senza il suo annullamento e 1a ricerca continua di porsi nella dimensione della tendenza verso qualcosa che la coscienza stessa può formulare. In effetti, ogni via iniziatica è una via, qualunque essa sia, che è consapevole del conflitto dimensionale e non si propone di negarlo ma di guidarlo in una determinata direzione, inclusa quella della messa tra parentesi dei contenuti della coscienza e di non considerarli mai come definitivi ma sempre come condizioni che portano ad altre. In termini diversi, ogni via iniziatica è una via che si proietta all'interno della coscienza e si adopera per far sì che essa sia la guida di se stessa. Ogni via iniziatica, proprio perché si pone questo obiettivo, è una via che si volge nell'aporia e resta saldamente in essa senza illusioni di un superamento nella costrizione della coscienza. Per questo, la via iniziatica è sempre tragica e porta l'iniziato a essere cosciente che la sua è una continua battaglia entro la battaglia interiore della coscienza. Se è vero che, nel senso ampio indicato, ogni vita cosciente e consapevole si svolge su un piano iniziatico, il nascere e i1 trasformarsi senza costrizioni dell'attualità per mirare a qualcosa d'altro, la via iniziatica propriamente detta è quella via che non solo si distingue dalle altre vie umane, ma si pone entro la consapevolezza che la battaglia è interiore e che vi è sempre per se stessi un oltre, un altrove verso cui dirigersi senza tenere in alcun conto di ciò che accade nel mondo, nel mondo degli umani e, ancora più forte, entro il proprio mondo interiore: da qui il distacco da tutto ciò. Un distacco consapevole ma non tale da annullare né ciò che ci circonda né la propria interiorità. In tal senso non sono iniziatiche, pur essendo anch'esse delle vie, quelle che portano a un totale annullamento della coscienza e al totale distacco dal mondo e a un completo abbandono mistico o fideistico; via ascetica della negazione di sé e del mondo e via della negazione della sete dell'esistenza del buddismo della grande via, anche se questo ultimo, se ben inteso, si può prospettare entro una via iniziatica; ed ancora via costrittiva che porta al cieco subire da parte della coscienza di contenuti che la riempiono negando ogni altra cosa e quindi la annullano non nella forma del suo vuoto, ma del suo pieno di qualcosa che ne arresta il suo flusso. Si è detto all'inizio che le vie sono molte, incluse quelle indicate poco sopra, che non sono iniziatiche, che hanno come scopo anche quello di superare i conflitti della coscienza e il conflitto diametrale tra coscienza ed esistenza: il conflitto archetico di ogni vita cosciente ed il conflitto proprio anche della via iniziatica. La via iniziatica, che è una delle vie, invece, si oggettivizza nel conflitto diametrale e in quello dimensionale, ma il suo obiettivo non è il loro mero superamento bensì è rivolto alla loro presa d'atto e alla loro comprensione che conduce a un continuo allontanamento e ritorno entro e fuori dalla coscienza, o meglio, da ciò che essa manifesta in un dato momento del suo fluire. Ecco perché la via iniziatica è una via della battaglia e la via del guerriero è la via dell'iniziato che opera continuamente nel campo di battaglia della sua coscienza, senza annullarla, né negarla, né perseguendo meramente ciò che essa dice, ma prendendone possesso e al tempo stesso standone lontano guardandola come se fosse qualcosa d'altro e di estraneo. Lo specchio è il segno dell'iniziato perché in esso egli si osserva, ma non può negare di vedere quello che è, tuttavia da qui può anche trasformarsi in modo da poter vedere sullo specchio un'altra immagine di se stesso. Il conflitto speculare, che porta con sé quello diametrale (tra coscienza ed esistenza) e quello dimensionale (tra la coscienza e la coscienza come guida di se stessa), è continuo e duraturo e non tale da far pensare che l'iniziato possa finalmente trovare qualcosa che affonda entro la sua coscienza, come un contenuto che era restato sopito ed ora solo emerge; la coscienza non ha contenuti definitivi ed ultimativi a cui appellarsi e se così si pensa allora la ricaduta è ancora una volta quella della via negativa, ascetica o della costrizione che si distaccano dalla corsa tragica ed entusiasmante dell'iniziato. Per questo la via iniziatica, o meglio la coscienza iniziatica, è quella coscienza che non fornisce la soluzione definitiva ai conflitti, né si pasce e resta sprofondata in essi ma li affonda nella coscienza e al contempo li afferra per dirigerli in orizzonti che non conosce e qui sta la forza della battaglia; gettarsi nello sconosciuto di se stessi e di ogni cosa per perdersi e ritrovarsi senza un appiglio definitivo ed ineludibile; così la coscienza dell'iniziato è vuota e piena allo stesso tempo, ma resta sempre aperta, tragicamente aperta; sempre più ricca e senza l'illusione di superamenti definitivi, ma al contempo con continui superamenti e distacchi che non annullano ma portano verso altre sponde del mondo. L'iniziato è così un guerriero, ma quale è il suo campo di battaglia e che ne è dei conflitti ? Il campo di battaglia dell'iniziato-guerriero si scinde in due: la sua interiorità e, come si è detto, la sua coscienza e il mondo che lo circonda. Come agisce nella sua interiorità? Quest'ultima è certamente il campo di battaglia primario e fondamentale in cui l'iniziato pone le basi per edificare la sua coscienza giorno per giorno e per fare in modo da prepararsi per affrontare il mondo delle parvenze e delle illusioni che scompaiono solo quando egli fornisce ad esse un senso che le pone lontano dalla effettiva esistenza interiore. Con 1a propria interiorità la coscienza dell'iniziato non ha solo, come si è detto, un rapporto conflittuale che è fonte della sua forza, ma anche un atteggiamento di attenzione per far sì che ogni contenuto dell'interiorità non sfugga e sia sempre tale da poter essere affrontato con fermezza e chiarezza in modo da valutarne il senso e la portata e renderlo anche oggetto di trasformazione. Per l'iniziato alla sua coscienza nulla è lecito e niente può accadere in modo spontaneo e tale da poter essere così accettato; ogni stato della coscienza è osservato e valutato e solo in un secondo tempo accettato, per questo nulla è posto nella casualità e nel fluire senza alcuna intenzionalità. Sebbene egli si lasci scorrere nella sua coscienza, ogni suo atto o stato è posto all'esame della sua vigilanza e così non può essere in balia della casualità della coscienza che produce autonomamente; ma di una coscienza che edifica intenzionalmente se stessa e niente passa in essa per caso e laddove questo accade, come per ogni uomo, l'iniziato applica il suo sforzo per darne ragione e quindi poi accettare o annullare. Anche così egli continua a vivere nei conflitti che egli crea continuamente nella sua interiorità; la battaglia è così continua ed inarrestabile ed ogni volta la coscienza si libera dai suoi stessi vincoli e da quelli che essa stessa ha generato: un lavoro edificatorio in cui ogni passo superato deve essere sempre rivisto ed ogni liberazione diventa una nuova condanna ed una nuova costruzione da cui ci si deve liberare. Egli è colui che non aspetta che i conflitti interiori nascano spontaneamente dal lavoro della coscienza, ma si adopera per generarli in modo che ad ogni contenuto della coscienza ne venga affiancato un altro parallelo od opposto; egli così è colui che genera la sua stessa battaglia interiore e non aspetta che sia la spontaneità o il mondo esterno a generarla; egli combatte non solo per guidare la sua coscienza, non solo per sanare o superare i conflitti, non solo per accettali e dar loro un nuovo senso, ma soprattutto per farli affiorare alla consapevolezza ponendo sempre una nuova via ed una nuova alternativa: in ciò sta la natura della sua essenza guerriera. Egli è sempre qualche altra cosa di quello che è e questo qualche altra cosa è lui stesso a pensarlo, immaginarlo o indicarlo a se stesso e alla coscienza; egli vive nel nuovo di se stesso e sempre nella condizione di porre qualcosa a fianco a quello che già c'è. Egli, allora, non è un mero combattente che combatte le battaglie che si sono affacciate o che altri hanno innescato; al contrario, è colui che genera le battaglie e i conflitti per poterli affrontare e così superare sempre quello che è e che trova nel mondo. Egli, come Odino, incita l'animo guerriero, cioè la sua coscienza, non solo a gettarsi nella battaglia ma a spronarla e a generarla: è così che vive continuamente in questa dimensione che egli stesso genera. La sua battaglia, come si è detto, è dentro di sé e poi anche nel mondo delle parvenze, nel mondo in cui vive la sua corporeità. La sua battaglia interiore non segue alcuna via di attaccamento al mondo terreno, né ai suoi interessi e alle sue passioni, per questo è sempre al di sopra di essi ed è anche per questo che non può raggiungere alcuna sconfitta. Egli è un guerriero che affina le sue armi per combattersi e la quiete e la tregua sono sempre momentanee, e quando si sente tale è consapevole che è solo in una condizione di attesa. Egli sa attendere che le difficoltà vengano generate o si presentino così come realmente sono e solo allora è in grado di affrontarle con quel distacco che permette di combattere senza coinvolgimento, senza intrusione di un mero fluire della coscienza con i residui del sentimento e dell'emozione. Per questo, la sua battaglia, pur cruenta che sia, si svolge sempre nella dimensione della tranquillità e della pace interiore e questo proprio perché "colui che non viene turbato e resta forte e tranquillo di fronte alla gioia e al dolore è pronto a vivere sempre" ( Bagavad Gita). Che ne è allora dei conflitti? Come si colloca l'iniziato di fronte ai conflitti? Quelli della sua interiorità, come si è detto, è lui stesso che li genera, li attende e li affronta per renderli propri; egli non evade mai quello che accade dentro di sé. E che dire dei conflitti con il mondo-altro e quelli con cui si imbatte nel mondo? Da quanto detto si potrebbe pensare che l'iniziato-guerriero sia indotto dalla sua natura a generare i conflitti, a sostenerli e ad affrontarli e a non sfuggire mai il campo di battaglia. Ma è vero che la propria forza interiore ed iniziatica si manifesta sempre promuovendo lo scontro, agitandolo 0 meramente affrontandosi sul piano della materialità? Non è certamente così ed è solo il mero combattente che si agita nel mondo, al contrario, l'iniziato-guerriero non si allontana certo dal campo di battaglia, ma sa aspettare il momento adeguato per affrontare se stesso e i conflitti. Egli sa essere così distaccato da non pensare solo allo scontro, al contrario, si adopera perché ogni conflitto al di fuori della sua coscienza che lo coinvolge possa essere superato con la comprensione della sua natura mediando, come Ermete, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere; tra l'una e l'altra sponda del mondo, tra l'una e l'altra posizione e presenza degli uomini nel mondo. In questo senso, 1'iniziato-guerriero manifesta la sua ricchezza e forza interiore proprio nella propensione ad attendere, a mediare, a superare, a considerare ed accettare le diverse tendenze e posizioni, senza paura di annullarsi ma anche sempre pronto a sostenere la battaglia, con la consueta calma, qualora non si presenti altra via, ed ogni sforzo sia stato compiuto. Egli può sostare in modo permanente entro la sua conflittualità interiore e di fronte a questa non vi sono mediazioni, ma nel mondo delle parvenze, in cui regna l'illusione, egli sa attendere e sa adoperarsi per superare i conflitti proprio per non essere sommerso da essi e non scomparire anche lui nel mondo di quelle illusioni e parvenze che li animano. Egli così può proporre sempre nuove vie ed è proprio questa la sua essenza iniziatica che gli permette di adoperarsi per superare i conflitti: la sua inevitabile tensione iniziatica lo porta a ritenere che vi sono sempre vie e nuove vie. Egli può essere debole e forte allo stesso tempo e solo così la sua coscienza può continuare a svolgere la sua battaglia interiore. Come iniziato può continuare ad essere un guerriero che pratica la saggezza e la fermezza, che sa essere duttile e risoluto, che sa attendere la battaglia e si adopera per mediare e trovare nuove vie sempre con la certezza che non abbandona mai il campo di battaglia né tanto meno dà tregua alla sua battaglia nell'interiorità della sua coscienza che è sempre guidata e si dibatte tra se stessa e il suo fluire e la continuità dell'esistenza nel mondo.

Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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