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Cagliostro a Lione PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 16 marzo 2008

A Lione, nell’ottobre 1784, prese alloggio, all’Hotel de la Reine , un misterioso Conte di Fenice, il quale sollecitamente si preoccupò di convocare per un colloquio il più illustre massone di quella città, Jean-Baptiste Willermoz.
“Fui chiamato – scrisse quest’ultimo, il successivo 8 novembre, a Charles de Hesse (a sua volta nobile capostipite di un importante sistema latomistico di alti gradi) – e condotto da lui due giorni dopo il suo arrivo; vi andai credendo di vedere un conte Fenice, e già questo nome mi era sospetto. Dal suo tono e dal suo modo di fare pensai subito che fosse il Conte Cagliostro; lui ne convenne; mi disse di aver rinunciato alla medicina che gli creava nemici ovunque; che non voleva più occuparsi d’altro che istruire massoni accuratamente scelti; che possedeva l’unica vera massoneria del rito egiziano che insegnava ad operare per la gloria dell’unico Grande Dio, per la felicità di se stessi e per quella del prossimo…”

Contrapponendosi a coloro che vedevano nel Rito Scozzese solo un altro modo di perpetuare l’antico ordine templare, Willermoz perseguiva l’ambizione di ottenere la restaurazione dell’uomo nella sua primitiva innocenza,secondo gli insegnamenti del Maestro Martinez de Pasqually. Aveva così designato il fratello medico,Pierre Jacques Eques Petrus a Fascibus) a presiedere il Convento Nazionale delle Gallie nel 1778. Ma non tanto da questo convegno lionese, quanto da quello successivo di Wilhelmsbad, Willermoz aveva fatto ratificare una modifica importante al sistema del cosiddetto templarismo, ovverosia della “Stretta Osservanza” germanica. Da allora gli aderenti al suo sistema “rettificato” si sarebbero chiamati “Chevaliers Bienfaisants de la Citè Sainte”. Questa riorganizzazione avrebbe avuto un impatto piuttosto consistente negli ambienti latomistici europei, avrebbe dovuto rivestire un significato di notevole importanza storica per gli studiosi moderni, ma nello stesso tempo anche suscitare, sia subito che in seguito, un certo numero di perplessità di carattere iniziatico. Willermoz non avrebbe soltanto dato una svolta alla precedente interpretazione del sistema templare, ma avrebbe contribuito a fornire un qualche significato a quella che potremmo ancora definire una vera e propria professione di fede esoterica. In quanto Eques Babtista ab Eremo aveva approfittato infatti della riunione di tanti eminenti Fratelli per creare una Classe superiore e più segreta di due nuovi gradi: Cavalieri Professi e Gran Professi. Ne espose allora le origini, definendo il personale apporto alla loro creazione e precisandone soprattutto le relazioni dottrinali di base con gli insegnamenti di Martinez de Pasqually.

Tutto ciò si trovava chiaramente esposto nella lettera che indirizzò il 12 ottobre 1781 al Principe Carlo di Hesse-Cassel. In sintesi Willermoz dichiara in essa di aver avuto come punto di riferimento Martinez de Pasqually sin dagli inizi del 1767. L’anno successivo il Maestro lo avrebbe investito del settimo ed ultimo grado di Rèau-Croix. Nel 1772, assieme al fratello medico Pierre Jacques, Jean Paganucci (Eques Joannes ab Armellino) e Jean Andrè Pèrisse du Luc (Eques Andreas a Tribus Lunis), forma un nutrito gruppo di Eletti Coen. Sei anni dopo, al Convento nazionale di Lione,riesce ad ammantare di spiritualismo e teosofia un’istituzione massonica piuttosto pigra sul piano dottrinario profondo; grazie proprio alla costituzione di una classe segreta in cui far circolare delle istruzioni esoteriche (anche se giusto le teoriche,  più consone ai gradi inferiori a quello di Grande Architetto nell’Ordine degli Eletti Coen), aveva finalizzato “i lavori d’officina” allo scopo di intraprendere la ricerca della “Chose”,  quella forma gloriosa emanata dal mondo soprasensibile, che poteva essere una parola,un suono, un glifo luminoso, o qualsiasi altra manifestazione assimilabile ad un segno di riconciliazione inviato dall’al di là.

A quell’epoca il Collegio metropolitano dei Gran Professi era costituito oltre che dallo stesso Willermoz, dal fratello medico, da Paganucci e Perisse du Luc, anche da Henry Lambert de Lissieux (Eques Henricus a Turri Alba), Louis Aug. Barbier de lescoet (Eques Augustus a Leone Coronato), nonché da un’altra quindicina di alti gradi della Muratoria lionese.

Dieci anni prima,appena dopo aver terminato lo Statuto generale dell’Ordine degli Elus Coens e composto il Rituale speciale per l’iniziazione femminile, Martinez de Pasqually era morto a Port-au-Prince,dove, con Caignet de Lestère e Destigny, aveva fondato un “Tribunale Sovrano” per la colonia di Santo Domingo. Nella sua ultima lettera si era però mostrato più che rammaricato, quasi indignato, per la notizia appena giuntagli dell’adesione alla Stretta Osservanza di molti suoi discepoli Réau-Croix, tra cui Bacon de la Chevalerie, suo Sostituto Generale per la Francia e Willermoz stesso.

Ernst-Frédéric-Hector Falce (Eques a Rostro per la Stretta Osservanza, Epimenide per gli Illuminati di Baviera, Ebal per i Fratelli d’Asia) riteneva che Martinez de Pasqually fosse spagnolo e che fosse entrato in possesso dei Misteri con un’eredità appartenente almeno da tre secoli alla sua famiglia (de Las Cases). Altri sostengono che avesse dei consanguinei, due fratelli minori per la precisione, domiciliati a Santo Domingo. Ma del resto anche il suo sostituto generale Bacon de la Chevalerie possedeva delle estese proprietà nelle colonie d’oltre mare ed il suo più devoto discepolo, il tenente colonnello de Grainville era persino originario delle Antille.

A quel tempo Santo Domingo era la più ricca colonia della corona di Francia. La sua popolazione contava circa mezzo milione di abitanti di colore. E la rivoluzione francese avrebbe di lì a poco provocato dei fermenti radicali nella popolazione di bianchi e meticci che aspiravano ad incrementare la loro autonomia, soprattutto i primi, e ad una maggiore eguaglianza in campo di diritti civili, prevalentemente gli altri. Ma ben presto si sarebbero sollevarti anche gli schiavi neri. Dapprima con a capo Toussaint-Loverture, successivamente con Christophe, Pétion, Dessalines.

Uno dei precursori dell’indipendenza haitiana, Macandal, aveva intriso la sua insurrezione, risalente al 1757, di un delirante messianismo. Romaine la profetesse era un capobanda creduto investito di potere sovrannaturale. Hyacinthe aveva sconfitto magicamente nei suoi seguaci la paura delle armi e dei nemici. Per tutto il periodo che va dalla dichiarazione di indipendenza al Concordato del 1860, Haiti è stata di fatto separata dalla Chiesa di Roma e perfino durante il regno di Soulouque, autoproclamatosi Faustino I, la religione ufficiale dello stato stava per diventare il vodu.

La massoneria che aveva attecchito nell’isola ,come testimoniano le lettere di Martinez de Pasqually,avrebbe fornito un contributo non indifferente al cerimoniale di alcune organizzazioni segrete come quella dei Zobop, o forse meglio a tutto quanto viene adesso considerato il vodu esoterico.

Zobop, o forse meglio a tutto quanto viene adesso considerato il vodu esoterico.

Esisterebbero infatti dei loa massoni,quali Agassu, Agau e Linglessu, ed in alcuni disegni simbolici di divinità (vèvè) sarebbe nettamente riconoscibile la simbologia latomistica.

Ma, per tornare a quell’autunno del 1784, Willermoz, nella lettera già citata, aveva aggiunto in maniera categorica : “Il Conte di Cagliostro è qui da otto giorni: ho avuto con lui quattro lunghi incontri privati, e nell’ultimo ci siamo scontrati per una estrema diversità di principio e di convinzione. A dividerci è lo scopo, chè egli vi crea massoni all’egiziana, io l’ho strapazzato energicamente e non ci rivedremo più”.

Eppure, non tutti i liberi muratori lionesi si comportarono come Willermoz, tant’è che i dignitari della Loggia “La Saggezza”, guidata dal Venerabile Jean Alquier e dal Primo Sorvegliante Jean Marie Saint Costar, si prodigarono per finanziare la fondazione di un nuovo tempio a cui sarebbe stata concessa la prerogativa di Loggia Madre del Rito Egiziano, la quale, per sottolineare la continuità storica con la precedente, assumeva il titolo distintivo di “La Saggezza trionfante”. Come se ciò non bastasse, gli stessi membri della Loggia del fondatore dei “Chevaliers Bienfaisants de la Cité Sainte”, non per nulla chiamata appunto “La Beneficenza”, dipendenti dal Direttorio Scozzese, chiesero al Gran Cofto di evocare l’ombra del loro defunto Venerabile Prost de Royer.

Per andare alle origini dell’interesse nei confronti dei culti misterici è necessario aprire un’altra parentesi.
Già nel 1731, a Parigi, l’abate Terrasson aveva gettato le basi di questa tendenza con l’enorme successo riscosso dal suo romanzo filosofico dal titolo “Séthos ou Vie tirée des anecdotes de l’ancienne Egypte”.

Dopo aver soggiornato per qualche tempo in Egitto, un mercante danese di nome Kolmer, dopo quasi otto lustri, aveva diffuso un po’ per tutta Europa, l’ antica teogonia di Menfi. In particolare si sarebbe soffermato a Malta, dove divulgò le idee degli antichi “Illuminati” e dello schiavo filosofo Cubrico. Tra i suoi seguaci si dice avesse annoverato lo stesso Balsamo, non ancora Cagliostro, ed alcuni adepti di Lione e di Avignone, nonché ovviamente il bavarese Weishaupt (Spartaco). Mentre allora Cagliostro avrebbe sviluppato il sistema egiziano, Weishaupt nel 1776, con gli aeropagiti Massenhausen (Ajace), Merz (Tiberio) e Zwach, adottò il nome ed i più estremi insegnamenti degli antichi Illuminati, prediligendoli per il loro gnosticismo manicheo, soprattutto per quell’universalità anarchica predicata da Manete.
In sette anni,dal 1777, da quando cioè aveva acquistato da un libraio londinese il manoscritto di un certo G. Cofton, o forse Coston, talmente pregno di magia e superstizione da venir considerato quasi empio, Cagliostro elaborò un Rito orientale originale ed antico al tempo stesso.

” Bisogna però fare una riserva quanto al testo di questo rituale il cui manoscritto originale sarebbe stato perduto, o più verosimilmente bruciato, dall’Inquisizione romana .- scrive Philippe Brunet in “Cagliostro” (traduzione di Gabriella Ernesti, Bompiani, Milano,2000)- Se ne conoscono solo frammenti di relativa autenticità i quali danno solo una vaghissima idea di quello che è stato definito come catechismo del maestro. A questo testo monco, gli esegeti, secondo la loro tendenza a seguire o respingere il pensiero del Gran Cofto, hanno incorporato le loro congetture, intuizioni e chimere personali, restituendocene una versione ibrida imparentata solo alla lontana con l’opera originale. D’altronde, lo stesso Cagliostro vi ha la sua parte di responsabilità poiché mosso dal desiderio di essere gradito a tanti, ha fatto parecchie concessioni che hanno progressivamente snaturato il suo pensiero iniziale.Il rituale si apre così su un elenco dei più convenzionali principi la cui esposizione tende unicamente a sedurre una massoneria tradizionale, diffidente quanto suscettibile.”
“Tutte le nostre operazioni, tutti i nostri misteri, tutti i nostri passi non hanno altro fine che glorificare Dio” dichiara in perfetta sintonia con gli Statuti del 1742,e come se ciò non fosse stato sufficiente, aggiunge: ”I sovrani sono immagini della divinità; massone egiziano, rispettali, e ama soprattutto la tua; non parlare mai contro le leggi del paese in cui vivi, né contro la religione che vi domina”.

“Avendo notato che il successo del martinismo – scrive ancora Brunet, ma volendo di sicuro riferirsi al martinezismo – era determinato soprattutto dalle manifestazioni paranormali della Cosa, il maestro decise di rendere più stuzzicante il proprio catechismo con effetti spettacolari atti a lasciare a bocca aperta i creduli ascoltatori. A tal fine prese prestiti dalla Cabala, che ha una angiologia e una demonologia infinitamente più ricche di quelle della gnosi e del cristianesimo, e instaurò una serie di prescrizioni e invocazioni strampalate che i puristi e tutti coloro che l’accusavano di essere uno scherano degli ebrei non avrebbero mancato di rinfacciargli.”

Tanta era la confusione sulla storia della filosofia occulta a quei tempi da non riconoscere una sostanziale differenza tra il pensiero gnostico e la pratica cabalistica.

”Gli gnostici avevano il culto della conoscenza ed invocavano la Tradizione solo a garanzia di ciò che affermavano …”, scrive Alexandrian nella sua “Histoire de la philosophie occulte” ”(Paris,1983),contrapponendo loro la Cabala come invece “il culto stesso della tradizione che faceva ricorso alla Conoscenza solo per rendere irrefutabili i principi che essa erigeva a dogmi”.

Ritenuto il frutto di un insegnamento segreto ricevuto da Mosè sul monte Sinai e non divulgato nel Pentateuco,sarebbe stato trasmesso esclusivamente a settanta anziani di Israele ed in seguito a specifici iniziati. Soltanto in epoca moderna si è scoperto che la cabala era storicamente posteriore alla gnosi, ipotizzando persino possa essersi formata in epoca medioevale, in Linguadoca, e forse addirittura dietro l’influenza del movimento cataro.

Cagliostro comunque, qualificando il suo rito con la definizione di “egizio”, aveva sottolineato la persistenza di una concezione rosicruciana della massoneria quale erede legittima dei più antichi misteri sacerdotali dell’umanità. La riconquista del Paradiso perduto da parte dell’Adamo decaduto viene resa fattibile dalla scienza esoterica radicata nella mitologia osiridea.

Quanto declama in occasione del suo interrogatorio da parte dell’Inquisizione è concorde con lo spirito del LXIV capitolo del Libro dei Morti, scritto ancor prima della costruzione dell’enigmatica piramide di Cheope.

“Non appartengo ad alcuna epoca né ad alcun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio,il mio essere spirituale vive la sua esistenza eterna, e se mi immergo nel pensiero risalendo il corso delle ere, se allargo il mio spirito a un modo di esistere distante da quello che voi percepite, divengo colui che desidero. Partecipando coscientemente dell’essere assoluto, regolo la mia azione secondo l’ambiente che mi circonda. Il mio nome è quello della mia funzione, perché io sono libero; il mio paese è quello in cui arresto temporaneamente i miei passi. Datatevi a ieri se vi pare, ammantandovi di anni vissuti da antenati che vi furono estranei; o a domani, con l’illusorio orgoglio di una grandezza che forse non sarà mai la vostra; quanto a me io sono colui che è…”

Sembra una dichiarazione il cui puro talento trova ispirazione nei versi di un perfetto seguace di Osiride.
“Io sono l’Oggi. Io sono l’Ieri.Io sono il Domani.Attraverso le mie innumerevoli Nascite io resto giovane e vigoroso. Io sono l’Anima divina e misteriosa che un tempo creò gli Dei…Ciò che vive in me, io lo rendo manifesto con le variazioni delle mie mutevoli forme…Io sono Colui il cui Nome è tanto potente da aprire le Porte del Mondo Inferiore! …In verità io sono colui che procede verso la piena Luce del Giorno! In presenza di Osiride io divengo il Maestro della Vita, il mio essere è per sempre Inalterabile ed eterno…”

“Visto da questa angolazione, il rituale egiziano assume tutt’altro senso. - annota il Brunet -Vi si apprende che colui che aspira a elevarsi nella massoneria del Gran Cofto deve innanzi tutto purificarsi e far nascere in sé una fede autentica, scevra da ogni superstizione. Distaccato dai beni di questo mondo e dai pregiudizi che lo corrompono, deve allora dedicarsi all’amore per il prossimo e alla pratica della carità perché, come dice il maestro, sono l’anima e il cuore che bisogna rendere puri e buoni. Dopo questa iniziazione, e avendo trovato la propria dignità morale, l’adepto può pensare a rigenerarsi fisicamente allo scopo di acquisire un’energia e una forza vitale esente da tare e vizi. Vi perverrà grazie alla medicina egizia che è la sola, con le sue cure e i trattamenti segreti, a poter mettere un uomo in condizione di rigenerarsi integralmente. Al termine di tale processo, il maestro afferma che possedendo un’anima, uno spirito ed un corpo rigenerati, il massone egiziano è in grado di possedere la pietra filosofale e degno di percepire la vera natura delle cose. Può agire ormai sul mondo spirituale e, liberato dai tormenti del peccato originale, ritroverà la grazia dell’Età dell’oro e i privilegi naturali e soprannaturali che Dio gli aveva offerto nel giardino dell’Eden: la Parola perduta. Fusione delle pratiche magiche e religiose, coniugazione del culto dei morti con l’evocazione degli spiriti, principio alchemico di rigenerazione ispirato alla leggenda osiriana, la dottrina del conte di Fenice, che poggiava su una struttura coerente, avrebbe potuto benissimo divenire un’assai interessante istruzione sui fondamenti di una medicina trinaria intesa a curare l’anima, lo spirito e il corpo.”

Negli “Statuti e Regolamenti della Rispettabile Loggia La Saggezza Trionfante, Loggia Madre dell’Alta Massoneria Egiziana per l’Oriente e l’Occidente, costituita in quanto tale e fondata all’Oriente di Lione dal Gran Cofto fondatore e Gran Maestro dell’Alta Massoneria Egiziana in tutte le parti orientali e occidentali del globo”, il cui testo venne appositamente redatto da Rey de Morante, i requisiti di ammissione ricalcavano le condizioni imposte dalla tradizione. Venivano accettati al primo grado egiziano quei fratelli provenienti dalla massoneria ordinaria che avessero compiuto il venticinquesimo anno di età. Gli atei ,”che non credono né all’esistenza dell’Essere supremo, né all’immortalità dell’anima”, venivano automaticamente esclusi da questo novero. Nel volgere dei tre anni, l’apprendista assurgeva al grado di compagno, mentre per accedere a quello di maestro occorrevano altri cinque anni. Ogni Loggia (108) era formata da 72 apprendisti e 24 compagni subordinati a dodici maestri.

Nel gennaio del 1785,il Gran Cofto, nel lasciare Lione, lasciava ai discepoli una lettera patente per autorizzarli a dirigere a suo nome “La Saggezza Trionfante”. ”Gloria-Saggezza-Beneficenza-Unione-Prosperità, Noi, Gran Cofto,Fondatore, Gran Maestro dell’Alta Massoneria Egiziana in tutte le parti orientale e occidentali del globo, a tutti coloro che vedranno i presenti atti, facciamo sapere: che nel corso del nostro soggiorno a Lione, parecchi membri di una Loggia di quest’Oriente, aderente al rito ordinario e recante il titolo distintivo di “La saggezza”, avendoci testimoniato il loro ardente desiderio di sottomettersi al nostro governo e di ricevere da noi i lumi ed il potere necessari per conoscere, professare e propagare la Massoneria nella sua vera forma e primitiva purezza, ci siamo volentieri arresi ai loro voti, persuasi che, dando loro questo segno di benevolenza e fiducia, avremo la duplice soddisfazione di aver lavorato per la gloria del grande Dio ed il bene dell’umanità. Per questi motivi, dopo aver scrupolosamente stabilito ed esaminato,… Ordiniamo ancora a ognuno dei nostri fratelli di avanzare costantemente sullo stretto sentiero della virtù, e di mostrare con la regolarità della loro condotta che essi amano e conoscono i precetti e lo scopo del nostro Ordine…”

Eppure la cerimonia di consacrazione si svolse quando Cagliostro si trovava esiliato in Inghilterra e fu “con cuore desolato e colmo d’amarezza “ che l’incaricato di porgere i saluti del fondatore commentò questa più che tangibile assenza, ricordando il sacrificio del figlio di Abramo”. Tocca a noi, oggi, fargli quello del nostro Padre… Come Giobbe diciamo: Dio ce l’ha dato, Dio ce l’ha tolto.”

Il consigliere intimo del principe vescovo de Rohan, Louis-François-Elisabeth Ramond de Carbonnières, autore di un dramma storico e di Elégies, nonché studioso di mineralogia, botanica ed Alchimia, aveva appena informato il Gran Cofto che, su iniziativa dei Filateti, si sarebbe tenuto a Parigi un convento straordinario, al quale avrebbe potuto presentare il suo sistema come salvatore e risolutore del mondo iniziatico contemporaneo, se non proprio superiore al precedente tentativo del Willermoz, almeno alla pari con gli altri riti riconosciuti di allora.

“A tale scopo, - scrive il Brunet - concepì un piano che si svolgeva in tempi diversi: dapprima si sarebbe avvicinato alla zona d’operazione, e sul posto si sarebbe limitato ad osservare, ascoltare, analizzare. Avrebbe poi atteso che, com’era avvenuto a Lione o a Wilhelmsbad, i partecipanti si invischiassero nelle proprie contraddizioni e che trovandosi in un vicolo cieco, per venirne fuori gli organizzatori ricorressero a lui. Si sarebbe presentato allora come l’ultima risorsa di una massoneria alla deriva, e sarebbe stato nella posizione di dettare le proprie condizioni per imporre una rifusione generale dell’ordine, posto sotto la tutela del suo sistema. In seguito, non gli sarebbe restato che conseguire la consacrazione definitiva ottenendo dal Santo Padre la benedizione del suo rituale. Avrebbe in tal modo realizzato il sogno del cavaliere Ramsay e riconciliato per sempre Chiesa e massoneria, un’operazione delicata per la quale sapeva di poter contare sulla devozione del suo amico cardinale che lo attendeva impaziente a Parigi.” Dalla “Correspondance littéraire secrète“ di Métra datata 24 febbraio 1785 si apprende come “Il celebre Cagliostro, che da una posizione assai umile in Polonia è pervenuto in Francia a un grado di notorietà abbastanza elevato, era troppo abile per non cogliere il momento in cui il meraviglioso è di moda. E’ appena giunto a Parigi e ha affittato un bel palazzo sul boulevard du Temple. Sarà una dimora importante. Annuncia, giustamente, di non venire per esercitare la medicina; eccettuati i poveri, che ha sempre trattato gratis e per i quali fa grosse elemosine…”

“…Appena sistematosi, il suo primo pensiero fu di costituire un consiglio superiore del proprio Rito, nel quale sarebbero state rappresentate la nobiltà, l’alta finanza e le belle arti. Fu tra gli intimi del cardinale che trovò il suo gran maestro, il principe di Luxembourg, la cui collaborazione prometteva di essere preziosa, in quanto il fratello maggiore, il duca di Luxembourg, era uno dei più eminenti personaggi del Grande Oriente di Francia. Nel ruolo del grande ispettore si ritrovò Jean Benjamin de La Borde, ferriere generale, autore ed editore di opere d’arte che, incontrato Cagliostro a Strasburgo, ne aveva eseguito uno dei più lusinghieri ritratti. Poiché in questo tipo di faccende il nepotismo aveva la sua parte, La Borde approfittò della propria posizione per presentare il cognato, Jacques de Vismes de Valagy. Sedotto dalla personalità di questo personaggio che era stato maestro dell’Opéra fino al 1780, Cagliostro gli conferì il titolo di gran segretario. Il quarto personaggio a prendere posto nel consiglio era anch’egli un intimo di La Borde. Il suo nome era barone Baudart de Saint-James. Grazie alla sua ricchezza, e soprattutto alle sue conoscenze, questo banchiere si rivelò un ottimo acquisto. Fondatore nel 1773, assieme a Court de Gobelin e Savalette de Langes, dell’ordinamento dei Filateti, fu in grado di tenere il Gran Cofto al corrente dei preparativi e dello svolgimento del Convento. Venne nominato gran cancelliere del Consiglio supremo del Rito Egiziano di Parigi… Conformemente allo schema che si era immaginato, nel campo dei Filateti la situazione andava deteriorandosi. I massoni convocati erano qualche centinaio, ma parecchi avevano declinato l’invito; alcuni ritenevano il convento inutile, altri mettevano in dubbio la moralità degli organizzatori ai quali si rimproverava l’eccessivo interesse per gli Illuminati di Baviera. Personaggi di primo piano quali Louis-Claude de Saint-Martin, Mesmer o il pastore Lavater avevano opposto un rifiuto categorico al presidente Savalette de Langes.”

Nonostante le numerose riserve, anche i detrattori del Gran Cofto furono costretti a rivolgersi proprio a lui come all’unica personalità di rilievo ancora disponibile, giustificandosi con l’asserire che alla fin fine occorre “conoscere l’errore e l’impostura per sapersene proteggere” ed aggiungendo “che se il fratello Cagliostro possedeva davvero conoscenze preziose era contro i principi della società non cercare di apprenderle”. Il Gran Cofto invitò pubblicamente gli organizzatori ad una sorta di autodafè per purificare nel fuoco gli archivi polverosi e far risorgere una volta per tutte, da quelle ceneri, “il tempio della verità”. I membri della Loggia “Gli Amici riuniti”, che detenevano la maggior parte dei manoscritti, interpretarono questa richiesta come la presuntuosa ripetizione di quanto già avvenuto nel 1720 a Londra con James Anderson, giusto tre anni prima della preparazione di quelle che ben presto sarebbero divenute le incontestabili Costituzioni dei frammassoni. La reazione megalomane di Cagliostro fu categorica, di totale ripulsa: “Perché mai la menzogna è sempre sulle labbra dei vostri deputati mentre il dubbio regna costantemente nei vostri cuori? …Solo Dio può decidere tra voi e me… Poiché preferite un ammasso di libri e di scritti puerili alla felicità che vi destinavo e che dovevate condividere con gli eletti; poiché siete privi di fede nelle promesse del Gran Dio o del suo ministro in terra, io vi abbandono a voi stessi e ve lo dico sinceramente: istruirvi non è più la mia missione. Infelici Filateti, invano voi seminate: non raccoglierete che zizzania.”

Sarebbe stata questa forse l’ultima occasione per riformare sul piano iniziatico un’istituzione destinata a subire i contraccolpi che di lì a poco avrebbe provocato lo scenario politico non soltanto francese.

Giuseppe M.S. Ierace

Brunet Philippe : ”Cagliostro”, (traduzione di Gabriella Ernesti), Bompiani, Milano,2000
D’Amato Giuseppe: ”La moglie di Cagliostro”, Firenze, 1931
Galt William: ”Cagliostro il grande avventuriero”, Milano, 1952
Gervaso Roberto: ”Cagliostro”, Milano, 1973
Maruzzi Pericle: ”Studio storico- critico e bibliografia” (con in appendice “Liber memorialis de Caleostro cum esset Roboretti” tradotto da Clementino Vannetti), Todi, 1914
Matteini: ”Il conte di Cagliostro. Prigione e morte nella fortezza di San Leo”, Rocca San Casciano, 1960
Petraccone Enzo: ”Cagliostro nella storia e nella leggenda”, Milano, 1914

Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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