L’echino come immagine dell’uovo del mondo Dal punto di vista della verità assoluta, non si dà in questo mondo illusorio né oggetto conosciuto né soggetto che conosce: ma TU hai conosciuto la vera natura delle cose difficile a conoscere. Inno a Nagarjuna Saggio di Bruno Marini La vita, in tutta la manifestazione apparente, per gli antichi egizi era raffigurata da una sfera denominata l’uovo del mondo. La versione più antica che possediamo, grazie alla decifrazione della scrittura egiziana, attribuisce la creazione del mondo al Dio Ftah proiezione demiurgica del Dio unico. Lo spirito divino, inseparabile dall’acqua, si sentì portato all’attività creatrice e la sua parola, il suo verbo, chiamò il mondo intero alla vita. Ftah avrebbe modellato il mondo a forma d’uovo come un vasaio modella un vaso d’argilla. L’uovo fu tratto dall’acqua primordiale, e ne uscì la Luce del giorno –Râ – causa immediata della vita terreste, luce simboleggiata dalla palla stercoraria (Sole) che lo scarabeo divino spinge davanti a sé. Lo scarabeo, Kêpra, è la perpetua esistenza mentre l’Ank è l’essere: rappresenta la vita terrena e la vita post mortem. I greci, hanno preso in prestito la concezione dell’uovo del mondo dai traci, insieme all’orfismo e ai suoi misteri. All’origine di tutte le cose, dicevano i maestri dell’orfismo, la notte caotica generò un uovo la cui metà superiore era il cielo, Uranos, e la metà inferiore la terra, Gaia. Da quest’uovo ne uscì un essere meraviglioso, personificazione della Luce, della vita, e dell’intelligenza. La nascita del mondo animato richiamava alla mente dell’osservatore la forma del ventre di una gestante. Vi è stato, credevano a quel tempo, un uovo che si è spezzato: la metà superiore si è conservata ed è andata a costituire la volta celeste; dalla metà inferiore è uscita la terra e tutti gli esseri che la popolano. La tradizione greca ricollega l’uovo cosmico anche a Zagreus, il serpente cornuto prodotto dall’unione di Zeus con Persefone. Zagreus fu fatto a pezzi dai Titani che lo divorarono quasi interamente, solo il suo cuore rimase intatto. Dal suo cuore, consegnato da Atena a Zeus, Zagreus rinacque. (il concetto di clonazione umana non è cosa nuova!) Le correnti certe che hanno portato, con infinite varianti, la concezione dell’uovo cosmico dalla Caldea fino a noi passando per l’Egitto, l’Asia Minore, la Tracia, la Gallia, l’hanno associato alle leggende druidiche dell’Ovum anguinum: enigmatiche figurazioni di due o più serpenti allacciati, caduceo o D.N.A, e all’echino, volgarmente denominato riccio di mare, che ritroviamo incisi sulla pietra e nell’avorio in tutto il mondo antico. L’archeologia del XIX secolo non si è sbagliata sul fatto che l’echino fossile rinvenuto in molte sepolture precristiane è proprio l’Ovum anguinum dei Druidi, emblema dell’uovo del mondo, e perciò della vita nel mondo e del rinnovamento di questa vita. Molti studiosi sostengono che in un periodo molto precedente a quello dei Druidi, i neolitici e i loro successori, sul suolo europeo, abbiano raffigurato emblematicamente l’uovo del mondo con allineamenti di menhir, come quelli di Averbury in Inghilterra e di Carnac nella Bretagna francese, formanti un cerchio sacro. Queste particolarità, par giusto pensare, siano strettamente legate al pellegrinaggio iniziatico perché i segni distintivi dei pellegrini erano la conchiglia, in alcuni luoghi chiamata crogiolo, detta di San Giacomo, e il bastone, attributo naturale del viaggiatore, che ha uno stretto rapporto con la canna compagnonica (tubalcain). Le vie percorse un tempo dai pellegrini sono chiamate “strada di Compostella”, tradizionalmente, per i contadini, la strada di San Giacomo è anche la via lattea e l’accostamento non deve meravigliare perché Compostella non vuol dire altro che campo stellato, nome che rimanda alla mente l’impresa dei viaggi celesti: forse non è troppo stravagante notare che il tetto nei templi (vedi Plutarco nei libro dei suoi segreti esoterici), è rappresentato dal cielo stellato. Esiste una stretta correlazione tra la posizione geografica delle fermate di posta, “relè”, dei viaggi terrestri dei pellegrini (precettorie templari), dei viaggi simbolici all’interno del tempio e la disposizione della sfera celeste indicante la cosmografia sacra. Il termine “Nobili Viaggiatori” applicato agli Iniziati dell’antichità è stato pronunciato per l’ultima volta in pubblico il 30 maggio 1786, a Parigi, nel corso di una seduta del parlamento dedicata all’interrogatorio di un imputato celebre: Cagliostro. Sono stati ritrovati degli echini fossili, scolpiti dall’uomo, raffiguranti i tratti di volti umani, si tratta probabilmente di un simbolismo tendente a rinforzare l’idea del principio della vita di cui l’echino era l’ideogramma decretato. Nel 1899 Gustave Chauvet, presente durante certi scavi che si svolgevano sul tumulo di Poiron a Saint-Amand-Sur-Sevre, scrive sulla sua rivista archeologica: “Sul tumulo fu praticato un foro di circa due metri di larghezza, e al suo interno, ad una profondità di circa venti metri fu rinvenuta soltanto una piccola cassa costituita soltanto di sei pietre di roccia scistosa, pietra molto friabile dalla quale si ricava il quarzo, lunghe poco più di venti centimetri, nel mezzo delle quali era stato racchiuso un echino fossile. (Non si tratta di un fatto isolato, un tumolo bretone, portato ala luce da M. du Chatellier non conteneva nient’altro che un echino fossile, e non mi dilungo ad elencare i tanti altri casi di echini fossili ritrovati). Alcune credenze vive presso i Galli lo indicavano come un talismano molto ricercato, per loro aveva il potere di far vincere i processi pubblici; credenza condivisa anche dai romani. Plinio racconta che un cavaliere del paese di Voconzi, località narbonese vicina agli attuali dipartimenti dell’Isère in Francia, che portava un echino sotto la tunica fu, senza nessun altro motivo se non questo, fatto condannare a morte dall’imperatore Claudio. L’uso emblematico e multisecolare dell’echino era ed è l’ancestrale simbolo dell’Ovum anguinorum del Druidi, come immagine misteriosa del principio della vita, del germe divino di sopravvivenza per via della resurrezione che per il cristiano s’identifica con il Cristo. Presso alcune sepolture dell’epoca merovingia, è stato ritrovato un piccolo echino oblungo l’Isaster acquitanicus, variazione dell’echino comune, ed ancora nel 1895 a Luc de Saint-Marsault e stato ritrovato l’echino fossile nella mano destra di uno scheletro, la bara di pietra che conteneva lo scheletro recava soltanto una croce al capezzale La chiesa cattolica non ha conservato all’echino fossile la sua emblematica ufficiale fino ai nostri giorni, tuttavia il suo abbandono non ha impedito ad alcuni gruppi esistenti al suo interno, ed al suo margine, di conservarlo come uno dei simboli dell’idea di resurrezione e del verbo divino, creatore e vivificatore di tutte le cose viventi e dell’intera legge universale. Gli Albigesi mediterranei del XII secolo di filiazione manichea avevano conservata la tradizione che identificava nell’echino vivente l’immagine del Verbo fatto uomo: il corpo celato dal guscio raffigurava la divinità nascosta di Cristo; il guscio era invece il suo involucro umano, mentre i lunghi aculei che, come frecce, lo coprivano con disposizione irradiante, simboleggiavano l’espansione della sua parola nel mondo. L’interpretazione albigese dell’echino si riveste anche di un altro aspetto, puramente ascetico, fondato sulla particolarità della sua apertura inferiore pentagonale posta al centro del suo organismo. Essa è provvista di cinque denti trancianti e proporzionalmente al corpo più grandi di tutti gli altri animali. Questa particolarità corrisponde simbolicamente al primo grado dell’antico ascetismo manicheo, che riguarda il governo della bocca, il Signaculum Oris; esso imponeva l’interdizione assoluta di tutte le parole impure, questa disciplina si trova in perfetto accordo con lo spirito dell’epistola di San Giacomo che dice: “Se qualcuno non pecca con la parola allora è un uomo perfetto”. Il secondo grado Signaculum manum, condannava qualsiasi tipo d’attività destinata a rendere il nostro temporaneo soggiorno terreno più gradevole; il terzo grado, Signaculum sinus, riservato ai puri, catharos, vietava qualsiasi soddisfazione dei sensi. La forma pentagonale dell’orifizio dell’echino ricordava loro i cinque sensi dell’uomo e nei cinque denti i generi di sacrificio che s’imponevano per diventare perfetti: sacrificio dei piaceri della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto. Non possiamo sapere fino a che punto i Catari Albigesi abbiano adottato quest’atroce ascetismo manicheo, sappiamo soltanto che la loro disciplina era estremamente severa. La grand’attenzione che il simbolismo archetipo pone alla forma pentagonale, che si manifesta nella disposizione delle linee sulla superficie e nella forma dell’apertura inferiore dell’echino, potrebbe essere la testimonianza di una forma d’ideale provenuta da lontano. La sua forma evoca singolarmente il pentagono stellato di Pitagora, il più misterioso dei simboli pitagorici, ovvero il pentagramma che i discepoli del Maestro di Samos si esercitavano a tracciare con un solo tratto: potremmo chiederci se Pitagora non abbia preso in prestito il suo pentagramma dall’interpretazione druidica dell’Ovum anguinum sacro ai Galli, di cui egli era sicuramente a conoscenza. Il pentagramma o stella a cinque punte, la stella fiammeggiante della massoneria, è anche un pantacle: anzi è uno dei più completi che si possa immaginare. I suoi significati sono tanti ma tutti si riferiscono all’idea primordiale dell’alleanza del quaternario con l’Unità. Dopo il giuramento sulla sacra tetractys i pitagorici apprendevano il senso della frase: “Ciò che tu credi tre sono sei e ciò che tu credi quattro sono dieci” (Tema svolto ampliamente nella mia ricerca sulla tetractys). Senza voler parlare in maniera completa dei segreti di questa figura, che rappresenta soprattutto l’essere umano: il punto superiore indica la testa, gli altri quattro punti le sue membra, come pantacle indica anche l’immagine dei cinque sensi, come ho riportato in precedenza nella descrizione dell’echino, posso indicare o suggerire alcuni piccoli segreti di questa figura pentagonale: i maghi si servono, per agire sugli spiriti, del pentagramma con la testa rivolta verso l’alto, gli stregoni dello stesso pentagramma con la testa rivolta verso il basso. Il pentagramma con la testa rivolta verso l’alto (1) indica l’essere umano la cui volontà –testa- conduce al dominio dello spirito sulla materia, essendo l’idea spirito, rappresentata dal numero tre e la materia dal numero due che decomposta rappresenta il dominio dello spirito sulla materia: 
Il pentagramma con la testa in basso (2) rappresenta l’essere umano nella sua caduta, che si lascia soggiogare da entità chiamate larve medianiche, ma anche il viaggiatore risvegliato che ha preso coscienza della sua realtà e tende alla ricongiunzione, per mezzo della liberazione del suo spirito individuale dalla materia corporale che lo limita, con lo spirito universale: è la rappresentazione della dodicesima Lama dei Tarocchi che forse un giorno porterò alla vostra attenzione. Al tempo degli albigesi si raccoglievano devotamente nei castelli di Francia gli echini fossili che i Crociati riportavano dalla Palestina, ed ai quali erano attribuite virtù particolari; a questi echini era dato il nome di “pietre di Giudea”. L’ermetismo meglio informato identificava nell’echino marino l’immagine emblematica dell’emisfero settentrionale della terra, il solo di cui gli antichi erano a conoscenza: le linee che scendevano dalla sommità lungo tutta la sua superficie erano considerate come dei meridiani che discendevano dal polo, mentre la base era la linea equatoriale: due echini congiunti per la loro base formavano l’immagine del globo terrestre. Questo tema sull’echino, rilevato da René Guénon su uno dei più antichi libri massonici (Lettre à l’auteur, 12 luglio 1925), sarebbe pervenuto all’ordine antico proprio da questa prospettiva ermetica. Il simbolo del pentagramma descritto magistralmente nelle opere di Eliphas levi è, fra tutti, quello che suggerisce più modi di energia creativa: ricorda la forza molteplice della mano e delle sue cinque dita, ed ha una portata micro-macrocosmica quale insegna massima del potere magico-sacerdotale. Se riusciamo a far parlare in noi la lettera He (che è l’immagine caldaica del pentagramma), essa ci porta ad un’estasi contemplativa altissima, e per dirlo allegoricamente, in contatto con i grandi serbatoi cosmici d’energia creativa. Questa fase d’iniziazione mentale non è pericolosa, anzi molto consigliabile, essa intensifica i poteri del Ternario e li rende adeguati alle successive iniziazioni, perciò quando simbolicamente si prepara un fratello alla maestria, terzo grado, è giusto insegnargli il valore dei cinque punti nel grado di compagno che nell’iniziazione taoista prendono questa espressione utile da considerare: sono assunti come elementi fondamentali del simbolo i cinque enti (acqua, fuoco, metallo, legno e terra), legati dal concetto della supremazia che ciascuno ha sul successivo e dell’ultimo sul primo. Infatti l’acqua spenge il fuoco, il fuoco fonde il metallo, questo taglia il legno, il legno doma la terra ed è nel seno della terra che hanno origine le acque. Così dalla successione di una prima contemplazione del mondo sotto gli auspici del pentagramma cioè: …. Acqua, fuoco, metallo, legno, terra… si può passare alle facoltà o capacità umane: … portamento, vista, udito, parola, pensiero… e alle loro desiderabili perfezioni: …modestia, chiarezza, distinzione, convenienza, perspicacia…. ed infine alle qualità che il maestro aspira: … dignità, discernimento, prudenza, ordine, saggezza.
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