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Pietà verso gli animali PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 16 marzo 2008
Indice articolo
Pietà verso gli animali
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Pietà, intesa come “pietas“, non semplice commozione o empatia, ma amore, devozione e rispetto religioso nei confronti della vita che si esprime sotto altre forme, anche non umane. Nell’”Epilogo Magno“, Campanella aveva chiarito: “questo composto di spirito e corpo in parte et organi fu appellato animale, perchè l’anima è esso spirito agente, caldo, sottile, movente et sentiente, e il corpo è sua stanza et instrumento vivo organizzato, in cui si adopera in tante maniere a conservarsi seco in quell’essere che a caso li venne rispetto a osé, ma a ragione rispetto di Chi per mezzo della necessità et del suo fato operava tanto in armonia del mondo”. Questa “pietas” è un modo per contraccambiare la loro disinteressata e completa dedizione, non finalizzata ad eventi futuri, ne dettata da memorie del passato. “Questa dedizione totale al presente, propria degli animali - asserisce Schopenhauer in “Parerga und Paralipomena” - è la precipua causa del piacere che ci danno gli animali domestici. Essi sono il presente personificato e ci rendono sensibile il valore di ogni ora di pace e di tranquillità, mentre noi col nostro pensiero il più delle volte andiamo al di là di essa e la lasciamo passare inavvertita. Ma questa proprietà degli animali di essere soddisfatti più di noi della pura esistenza, viene abusata e spesso così sfruttata dall’egoismo e dalla crudeltà dell’uomo che questi non lascia più loro nulla, nulla all’infuori del puro esistere…”. “La psiche animale s’identifica con la stessa realtà: l’animale riuscirebbe a comprendere la morte come essa è veramente, un fenomeno inerente a tutte le attività ed imprescendibile, appunto per questo, da ogni forma di vita”, aggiunge un discepolo di Piero Martinetti (Pont Canavese 1872-Castellamonte 1943), Francesco Ferrari in “Il Problema della Morte e della Sopravvivenza”(1943).
A pietà non deve muoversi il cacciatore “naturalista” alla Brehms, il quale, pure autore di una “Tierleben” (1864), confessa di aver provato spesso delle impressioni penose e si ravvede solo quando nel puntare il “fucile contro un cercopiteco che mi rivolgeva precisamente il viso; lo ferii ed esso precipitò dall’albero sul quale era collocato e rimase a sedere per terra senza mandare un lamento; quindi incominciò a tergersi il sangue che gli insudiciava la faccia, sgorgando dalle sue ferite, con atto così umano che mi mossi a compassione”. Martinetti commenta questa confessione del cacciatore “pentito”, ammettendo che: “vi è nello sguardo d’ogni animale morente qualche cosa di umano… certo una maggiore penetrazione della vita animale condurrebbe in ogni caso l’uomo a portare nei rapporti con questi poveri esseri un poco più di moralità e di carità“.
“Non era che un povero gatto: ma questo piccolo essere - si legge sul suo Diario, a proposito di Grisetto - che io amavo e che mi amava qual posto aveva nella mia vita !” Della gattina grigia scrive: “Nei suoi occhi riposavo i miei…”, quasi a riecheggiare la considerazione di Jaspers in “Der Philosophie Glaubeangesichts der Offenbarung” (1962): “un’intelligenza che traspare dagli occhi, in cui si vede manifestare qualcosa di occulto che pur non si può manifestare, una tale intelligenza ci impressiona”.
“Ricorderai sempre il suo musino innocente, i suoi occhi semplici e buoni che mi guardavano con meraviglia ingenua quando io la guardavo con tenerezza”. “Perchè la vista di questo piccolo e caro essere immobile per sempre mi commuove e mi addolora nel più profondo dell’animo? Nella sua morte io ho pianto la gran morte di tutte le cose, dell’amore, della speranza, degli affetti più cari. Nella perdita amara io ho sentito l’amarezza irreparabile di tutte le perdite, la rivolta disperata ed inutile contro il destino che spegne successivamente intorno a noi tutto ciò che è più intensamente nostro, tutto ciò che è parte di noi”.
In tutti questi brevi epitaffi sui gatti Martinetti affronta la questione del destino dello spirito animale e riprende la concezione del Leibniz sulle anime monadi centrali più elevate in coscienza. L’anima animale, anche dopo la morte, conterrebbe una specie di corpuscolo invisibile, indistruttibile, ma non immortale, se prima non si eleva da anima sensitiva al grado di anima razionale; Leibniz ci parla così di una “transcreazione” dell’anima umana, piuttosto che della classica trasmigrazione.


Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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