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L'eterno femminino PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 16 marzo 2008

L’ETERNO FEMMININO

REINTEGRAZIONE E TRASMUTAZIONE NELLA TRADIZIONE ESOTERICA.

“Il Signore mi ebbe con se all’inizio delle sue imprese, prima di compiere qualsiasi atto, da principio. Ab Aeternum sono stata costituita, anteriormente alla formazione della terra. Io ero già generata e gli abissi non esistevano e le fonti delle acque non scaturivano ancora, né i monti ancora sorgevano con la loro grave mole; prima ancora dei colli fui generata; non aveva ancora creato la terra, né i fiumi né i cardini del mondo. Quando disponeva i cieli fui presente, quando accerchiava gli abissi nel giro regolare dei loro confini, quando fissava in alto le atmosfere e sospendeva le fonti delle acque, quando segnava intorno al mare il suo confine e poneva un limite alle acque affinché non oltrepassassero le sponde, quando gettava i fondamenti della terra, assieme a lui disponevo di tutte le cose e mi deliziavo in tutti quei giorni, trastullandomi di fronte a lui continuamente, trastullandomi nel cerchio della terra e la mia delizia era vivere con i figli degli uomini”
Proverbi VIII, 22-31

Per la sapienzialità ebraica, nell’attimo atemporale in cui la Potenza si volse in atto e l’ineffabile Ain-Soph divenne Luce-Aur, già l’ombra sua divina, carezzevole, tenera, ridente, era con Lui.
Diade e paredra dell’Uno, nella sua prima manifestazione metafisica, era come un’intatta ed intangibile Vergine, ortus conclusus, mater-ia della prima materia, espressione di simultanea potenza, ed insieme quiete e riposo della luce aurica.
Questa sostanza oscura quando madre della stessa Luce, è etericamente immanente in Azhilut, trascendente e noetica in Briah, beatificante in Yetzirah, struggentemente carnale in Assiah.
Primo seme d’ogni seminalità, forma agente d’ogni immortale sostanza. Senza di lei ogni Luce ritorna nel Nulla-Ain dal quale proviene, ogni Logos torna afono ed informale. Avvolgente e protettiva come una placenta, oscura come la caverna del monte, gelida e corroborante come il vento d’inverno, ma anche morbida ed ardente matrice d’ogni forma possibile.
Increata e sottile materia materiante, avvinghiata al suo principio numinoso, per irrompente potenza d’amore genera se stessa in Sigizia, chiudendo nel ternario la prima forma delimitante tempo e spazio.
In lei può ingenerarsi il Logos nella creazione del quaternario universale, ed in questo Ella, la Sapienza Santa, nel suo degenerarsi per amore nella natura, nel suo sacrificio perfetto, avvolge in se ogni principio luminoso, nascondendolo anche a Se stessa.
Così la prima Sophia assunse il nome di Achamot e, figlia della sua stessa sofferenza, divenne Brama ed Abisso, in ricordo della Luce nascosta e nella sconsolata ricerca del germe divino, latente nella stessa manifestazione a Lei consunstanziale.

” Vergine madre, figlia di tuo figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio.
Tu sei Colei che l’umana natura
nobilitasti, si che il suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore
per lo cui caldo, nell’eterno foco
così è germinato questo fiore.”

Dante, Divina Commedia

Questo Ente luminoso ed oscuro assieme, si presenta alla nostra vista interiore con il volto purissimo di Miryam, con quello arcano ed innocente della Margherita faustiana, come con quello ambiguo e seducente di Elena-Ennoia o quello nerissimo ed inquietante dell’Ecate Efesina, trasudante latte e miele e sangue come Durga o veleni e spade come Kaly.
Quando l’uomo, nelle sue difficili necessità di maturazione si distacca dal grembo materno, puro perché indesiderabile anche se desiderato, porta inevitabilmente, nei più reconditi recessi della propria interiorità, il senso penoso di una dissacrazione, di un tradimento, di un atroce abbandono dalla fonte stessa di ogni sicuro riposo, di ogni cibo e calore.
In questo momento di consapevole e dolorosa rottura con il mondo infantile in se, l’uomo assume il volto dell’Adamo di Masaccio, pieno di terrore nell’abbandono del proprio paradiso.
La coscienza del bene e del male, della propria umanità debole e dolente, indifesa di fronte alla natura ed al fato, non è purtuttavia peccato o prevaricazione, ma necessaria presa di coscienza di una realtà che infrange ogni malinteso senso di mitica sicurezza.
Il seno materno, cornucopia celeste e terrestre, può esser tale solo nella rinuncia ad ogni individuale realizzazione. La Grande Madre dal ventre fecondo e dalle innumeri mammelle sa ben stringere fra le sue braccia cosmiche:
“Vieni a me - dice - chiunque tu sia, bello o brutto, stupido od intelligente, buono o cattivo. Io ti darò tutto, cibo, amore, sicurezza, perché tu sia sempre espressione e carne mia, presso le ceneri calde del nostro focolare, sotto le mie ampie gonne arcane, ubbidiente ed uguale come i tuoi fratelli.”.
Ma a chi non può, per sua natura, essere uguale se non a se stesso, e non ubbidisce che a se, non vi è né madre né paradiso, che è pace, ma anche sonno, del pensiero.
L’Adamo senza Paradiso è il paradigma stesso dell’uomo, che il demone meridiano della coscienza e dell’individualità sospinge incessantemente verso il deserto, in cui vincere lo spettro illusorio di se stesso e la sua accidia, triste abulia della coscienza.
Lontano dall’ombra rassicurante, trova l’abbagliante ombra atroce, il volto terribile della madre tradita ed abbandonata, che è Gorgone e Medusa, gelosa e terribile come Yah, il grande capro dei pastori del deserto.
La sephira della Madre è Binah, intelligenza e sapienza, ma anche apice della Colonna del Rigore, perdita della misericordia, putrefazione, dissoluzione, morte.
Nella sua ricerca interiore di Nostra Donna l’uomo deve superare l’orrore della lacerazione e del distacco, arrivare alla sephira del Padre, Hocmah, apice della Colonna della Misericordia, per ritrovare in lei la sua complementare Fata o Vir-ago, forza agente e trascendente.
La sua Corona - Kether è prodotta dall’equilibrio delle due Colonne, che innalza con fatica e dolore. Quest’equilibrio è il presupposto indispensabile per il ritrovamento della androgeneticità primigenia, in cui l’aspetto ctonio ed infero della Donna è trasmutato in Sophia celeste, la propria Beatrice.
Quando Bernardo di Chiaravalle invocò alla Vergine, raffigurata da un quadro, “mostra te esse matrem”, dal seno le sgorgarono tre gocce di latte miracoloso.
Questo latte celeste non è più alimento infantile od illusorio sollievo, ma materia di reintegrazione e trasmutazione; non più suggente morte, ma seme fecondo di vita.
“Questi riceve la perla della Vergine e Dio e l’uomo diventano uno perché il sangue della Vergine proveniente dall’Essenza divina si trasfonde nel sangue dello sposo, che è l’Io, ed i tre assassini, (Saturno- Marte e Mercurio) sacrificano la loro vita alla Vergine.
Così il fuoco e la vita del Cavaliere si sublimano, mentre il furore esce dalla vita e la dolcezza dall’Amore. Queste due essenze s’uniscono nella morte e la morte muore nell’amore e rinasce alla vita divina. perché non vi è vera morte, ma un abbandono della propria forza e della propria volontà, una trasmutazione. Il sangue della Vergine trasmuta l’umano morto in Dio, la vita dello sposo si estingue e la vita della divinità si fissa nel Nulla, che è la sua proprietà. Quando tu vedrai il sangue rosso dello sposo fluire con il glutine bianco della Vergine, saprai che possiedi l’Arcano dell’Universo. E’ un tesoro che nessuna somma potrebbe acquistare e tu stimalo di più che ogni altra cosa mortale. Se tu sei un diletto di Dio comprenderai quanto io voglia dire.”.

Böhme De Signatura Rerum, XI°, 37,38.
In Böhme, la Brama o Desiderio, è una forza immensa, creatrice e generatrice, che trae dall’Abisso ogni potenzialità divina; essendo instabilmente androgena, nell’imitazione imperfetta e demiurgica di Dio, cambia costantemente polarità.
Nell’attimo in cui si fa passiva matrice, genera e diffonde nella materia la sostanza teogonica, o prima tintura. La Brama desidera costantemente ciò che nell’attimo non è, cioè volontà o potere e viceversa; essendo nel contempo Diade onnipotente, scambia, nell’eterno continuum, i suoi ruoli o polarità attiva-passiva-attiva etc, in una concatenazione entropica infinita.
L’Abisso desidera che il suo vuoto (Kenoma) sia riempito, ma non trova altro che vuoto (Pleroma) a riempirlo, generando a sua volta altro vuoto o Brama.
Nell’essere umano, specchio a più dimensioni delle cause prime che in lui si riflettono ed agiscono, la Brama è il desiderio androgeno imperfetto, o passivo (ungrund) di essere da se stesso riempito, ingravidato, perché solo l’auto-rigenerazione può produrre coscienza degli stati superiori cui tende. Se questo processo, in cui l’Io è definito dalle sue segnature planetarie, (Saturno-Marte e Mercurio) - positive o negative che siano - si attua, l’essere trova la sua androgeneticità perfetta (grund) che è nel contempo attiva e passiva.
La specularità passiva è parte della tintura femminile (quod est inferior) e cioè il principio della radice che deve essere collocata in basso: la specularità attiva nella tintura maschile (quod est superior) che in esso a sua volta si rispecchia.
In quest’interscambio il paradosso del Cavaliere (attivo-maschio) che contiene in se il sangue dissolvente della Vergine, e della Vergine (passiva-femminile) che contiene in se il glutine coagulante del Cavaliere, trae la sua illuminante significazione e Dio e l’uomo diventano uno.

ULTERIORE BIBLIOGRAFIA

Roger Bastide Sociologia e psicologia del misticismo, Newton Compton, Roma 1975.
Bronislaw Malinoswski Il mito ed il padre nella psicologia primitiva, Newton Compton, Roma 1976.
Bronislaw Malinoswski Magia, scienza e religione, Newton Compton, Roma 1976.
Max Weber Sociologia della religione – L’antico giudaismo, Newton Compton, Roma, 1980.
Max Weber Sociologia della religione Induismo e buddismo, Newton Compton, Roma, 1975.

Ultimo aggiornamento ( domenica 16 marzo 2008 )
 
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