Il passo a passo nell’Universo della Loggia Una sintesi fra liturgia esoterica, neurofisiologia e relatività einsteiniane. 1.1 L’imprevedibile L’imprevedibile evidenzia una mancanza di concettualizzazione nei confronti di un qualunque fenomeno non percepito. Ciò che non può essere percepito è, in tutta evidenza, anche ciò che non può essere visto. Di conseguenza, secondo il principio della causalità, ciò che non può essere visto, non può dare luogo ad un processo di conoscenza. Una conoscenza che si muove all’interno di un processo di ideazione successivo, nella fattispecie, alla videazione ossia al vedere. E’ questa una attività percettiva che diviene ideativa come, messo per noi in evidenza, dall’inscritto dell’illustre etimologo toscano, Ottorino Pianigiani. Leggeremo infatti alla voce idea: “dal greco idéa «aspetto, forma, apparenza» derivato da ideîn «vedere»”. Perciò l’ideazione non è altro che la realizzazione concettuale della percezione visiva. Non a caso il prevedere ha la sua precisa derivazione da: “prae avanti e vidère vedere. Antivedere ( specialmente con gli occhi della mente)”. Di fatto quindi, l’imprevedibile è, letteralmente, tutto ciò che si conforma in una sequenza lineare nella quale il prefisso in, in quanto privativo, ci segnala la mancanza di una percezione antecedente ossia di un non prima visibile. È questa, a tutti gli effetti, la negazione ma nel contempo la conferma, della sequenzialità del principio di causalità. Una sequenzialità nella quale, secondo il fisico Etienne Klein il principio di causalità si presenta come: “un metodo di organizzazione degli eventi. Nella sua formulazione classica, afferma che la causa di un fenomeno è necessariamente anteriore al fenomeno stesso.” Perciò all’interno di questa sequenza, alla visione fisica degli occhi seguirà immancabilmente, nell’essere umano, la visibilità ideativa ossia l’ideazione. Questa dinamica, di conseguenza, ci riconduce fenomenologicamente al principio causale presente, come un ente imprevedibile, all’interno del pregiudizio metafisico Einsteniano. Un pregiudizio che si rivela in quell’imprevedibile che nasconde al proprio interno un moto paradossale. Un moto evidente grazie a quell’ in che può condurre anche verso il prevedibile. Ciò in ragione della doppia movenza attiva agente nel prefisso in che, da attore privativo o negativo, si trasforma in una preposizione indicante il moto. Constateremo infatti che: “in, lat. in prep. che indica essenzialmente l’introdursi, e cioè il moto verso l’interno del luogo e quello dell’alto in basso”. Pertanto il prefisso in ci conduce direttamente verso il centro del fenomeno grazie alla sua discesa verticale. Una discesa che oggettivizza, come la forza gravitazionale, dall’alto in basso e quindi verso il centro, l’osservazione dinamica del fenomeno.Perciò l’imprevedibile, proprio per la sua ambiguità, espressa internamente nell’oscillazione dell’ambivalenza duale dell’in, privativa e dinamica, si lega con la categoria dell’instabile. Un instabile che si mostra a sua volta strettamente correlato, a doppio legame, con l’imprevedibile . 1.2 L’instabile L’etimologia è ben chiara: “dal latino instabilis, da in- negativo e stare”. Esemplificando l’instabile può essere riferito a tutto ciò che non c’è. In termini più estesi, l’instabile è ciò che, in prima istanza, potrebbe essere tutto ciò che non risponde all’appello della nostra percezione. Non c’è e quindi non può essere percepito.E’ come l’alunno che ha marinato la scuola. Non potrà rispondere all’appello delle presenze ma questa evidenza non nega il fatto che quell’alunno esista. Infatti, risponderà all’appello quando avrà deciso di non marinare più le lezioni. Sarà un alunno con una frequenza instabile, ma pur sempre stabilmente presente, al di fuori della sua assenza dall’ambito scolastico. Però, in seconda istanza, l’in da privativo diverrà, come nell’esemplificazione dell’in dinamico, l’agente che fissa la stabilità. Potremmo affermare, sotto un altro piano, quello dell’astrofisica, che quell’instabile, non presente, mai visto prima, sia esattamente come i quattro satelliti galileiani. E’ l’illustre fisico Jean-Louis Bobin che ci dettaglia in merito: “La prima osservazione dei quattro satelliti di Giove, nel gennaio 1610, aveva infatti provocato un vero e proprio choc. Questi corpi celesti si aggiungevano ai sette conosciuti, fino ad allora (Luna, Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), facendo vacillare un ordine numerologico pluricellulare e rimettendo in causa allo stesso tempo il geocentrismo, poichè dei corpi simili a pianeti non giravano intorno alla terra ma a un altro centro”. Un altro centro costituito, nella fattispecie, dal pianeta Giove, per cui la terra non poteva più essere definita come Grande Madre centro di tutto l’universo intorno al quale tutto ruotava. Quei quattro satelliti mai visti prima ossia imprevedibili ed anche instabili poichè non presenti al nostro appello cognitivo fino al gennaio 1610, sono l’esemplificazione più disarmante a sostegno del principio di causalità. Infatti tale principio è legato a una sequenza cronologica per cui, ciò che non è visibile, non potendo essere percepito, è a tutti gli effetti per noi osservatori inesistente ossia, secondo l’etimologia, instabile. Un inesistente, un non “c’è”, che, nel momento in cui sarà percepito, in seconda istanza, diverrà, grazie all’’in dinamico, sinonimo della più stabile certezza del “c’è”. Un “c’è” analogo alla famosa affermazione galileiana “Eppur si muove”. Infatti, una volta provata l’esistenza imprevista ed instabile dei quattro satelliti di Giove, nessuno potè più negare la loro stabile presenza. Potremmo affermare parimenti che, nell’ambito più esteso della filosofia naturale, anche l’inconscio fino al suo emergere nella nomenclatura freudiana, avvenuto nel 1915, fosse inesistente in quanto imprevisto ed instabile, secondo l’accezione privativa di questi due termini. La stessa dinamica del prima o, più precisamente del prae non conosciuto, potrà essere intravista in ogni certezza acquisita, relativa ad ogni fenomeno, in genere o, normalmente poi, osservabile. Per tal motivo, il paradosso dell’imprevisto ossia del non prima visto, diverrà un dopo, visibile in ogni presente attuale. Quindi l’imprevedibile e l’instabile svelano i loro segreti gradualmente, nel loro nascosto coniugarsi. Di fatto, quell’in che si chiude oppure si apre su quel prima, si comporta come un interruttore che permette l’accesso alla dimensione temporale del prima. Un prima che diviene subito dopo un presente e successivamente un passato. Un interruttore che apre la via anche alla dimensione spaziale che si riassume nello specifico di quel visto o di quel fotogramma, attraverso il quale è possibile la percezione e la valutazione del fenomeno. Un fenomeno che solo dopo la percezione visiva potrà essere valutato nella sua tridimensionalità spaziale euclidea. Quindi nell’imprevisto si somma, senza che ce ne rendiamo conto, il significante celato della quadridimensionalità dinamica dello spazio/tempo x, y, z, t. Una quadridimensionalità presente anche nel moto dell’instabile che ci conduce ad una rivalutazione delle leggi del movimento anche attraverso la memoria di quel “Eppur si muove” del citato galileiano. Un moto che si rivela come variabile e quindi relativo, che diviene la caratteristica più pregnante del moto stesso. Una caratteristica che rivoluzionerà la meccanica newtoniana. Perciò il moto relativamente instabile definisce la qualità del fenomeno su valenze molteplici quali il piano psicofisico o biosociale oppure, a piacimento, inorganico ed organico. Un instabile presente fin nel più profondo della triade einsteiniana energia-massa-luce. Un’instabile presente perciò anche in particelle elementari instabili quali, ad esempio, i “muoni”. È ancora il fisico Etienne Klein che ci chiarifica al merito: “Un orologio, per esempio, quando si sposta con un movimento rapido nello spazio, sembra rallentare il ritmo dei suoi battiti a qualsiasi osservatore che non l’accompagni nel suo movimento. Questo «rallentamento degli orologi», come viene definito, misura l’elasticità del tempo della relatività. Lo si osserva abitualmente nelle particelle elementari instabili, per esempio nei «muoni», che sono delle specie di elettroni pesanti prodotti naturalmente nell’alta atmosfera dall’irraggiamento cosmico. La loro durata di vita «propria», ossia quella che si misura quando sono a riposo in rapporto a noi, equivale a qualche microsecondo. Tuttavia, la teoria della relatività implica, e l’esperienza sancisce, che l’intervallo di tempo misurato tra la creazione di un muone e la sua disintegrazione coincide con la durata di vita propria solo se questo muone nasce e muore in uno stesso punto dello spazio. In altre parole, ciò vale solo se è immobile rispetto a colui che effettua la misurazione. Altrimenti, la sua durata di vita effettiva (e dunque la lunghezza del tragitto che percorre nello spazio) dipende dalla sua velocità: più va veloce e più a lungo dura, al punto che la sua velocità è vicina a quella della luce nel vuoto, ha modo di manifestarsi per una durata molto superiore alla sua durata di vita propria”. Il fisico francese attualizza ciò che a suo tempo affermò Albert Einstein nella sua teorizzazione della relatività ristretta. Per la precisione, questa teoria fu formulata nel 1905. Da essa “derivano i due concetti di contrazione delle lunghezze e di dilatazione dei tempi”. Per ciò che riguarda la dilatazione del tempo, il fisico tedesco affermerà precisamente: “come conseguenza del proprio moto l’orologio cammina più lentamente che non quando è in quiete”. Quindi il tempo si allunga con l’aumentare della velocità dell’ente oggettivato, grazie ad un osservatore esterno. Di conseguenza, l’ente oggettivato come instabile, nel suo esserci, più o meno a lungo nel tempo, viene condizionato dal canone relativo all’incidenza dinamica, contenuta nel suo prefisso in. Un’incidenza che si coniuga con quell’ “esserci”, legato allo stabile. L’esemplificazione sperimentale ci permette di comprendere le dinamiche legate alla relatività einsteiniana, ristretta alle variazioni cronologiche. Ci informa al proposito l’illustre astrofisico Mario Livio: “In un esperimento del 1971 furono usati veri orologi. I fisici Joseph Carl Hafele e Richard Keating fecero il giro del mondo in direzioni opposte su voli commerciali della Pan Am, portando con se quattro orologi atomici che furono sincronizzati all’inizio del viaggio con un orologio fermo a Washington D. C. Alla fine, gli orologi che avevano viaggiato verso est (quindi più velocemente rispetto alla rotazione terrestre) segnavano, come previsto, cinquantanove miliardesimi di secondo in meno, mentre quelli che avevano viaggiato verso ovest (muovendosi più lentamente rispetto all’orologio di Washington D.C.) segnavano duecentosettantatre miliardesimi di secondo in più.” Di conseguenza l’instabile e l’imprevisto contengono in sé e per sé un insieme significante esteso, relativo sia allo spazio/tempo euclideo, sia a quello delle relatività einsteiniane. L’illustre filosofo toscano Vittorio Vanni ci suggerisce al proposito la sua acuta osservazione: “Sia il tempo euclideo che quello einsteiniano non sono delle entità dicotomiche. Sono ambedue realtà vere e false nel contempo, secondo il punto di vista dell’osservatore. La seconda legge magica: il mondo è autorappresentazione.” Un’autorappresentazione che in sé e per sé si sviluppa nel nostro apparecchio psichico. Un apparecchio psichico il cui esprimersi ha il suo fondamento nel nostro più che speciale sistema nervoso. Un sistema nervoso nel quale si registrano immediatamente nella loro piena evidenza le risultanti della sperimentazione dei due fisici statunitensi. Risultanti che si rendono tangibili in ognuno di noi grazie al fenomeno del Jet lag. Di fatto: “Il Jet lag (traducibile nel linguaggio di tutti i giorni con mal di fuso, e in quello medico con disritmia, discronia o disincronosi circadiana) è un disturbo che si verifica quando si attraversano vari fusi orari come avviene nel caso di un lungo viaggio in aereo. In questi casi, giunti a destinazione si è assonnati, stanchi o confusi. Il fenomeno si verifica a causa dell’alterazione dei normali ritmi circadiani.” La disincronosi circadiana che si genera in noi è relativa e conseguente ad una nostra disfunzione neurologica ben specifica. Ci informa al proposito il più eminente neurofisiologo del ventesimo secolo, Paul Maclean: “Con la sua immaginazione che supera la velocità della luce, il nuovo cervello dell’uomo (la neocorteccia), può riuscire a tenere il passo con il ritmo accelerato della vita moderna grazie ai sistemi di lettura rapida, ai calcolatori e ad altri espedienti; ma si deve presumere che i due cervelli animali (rettiliano e neomammifero) da cui l’uomo non si potrà mai separare si muovano con la loro caratteristica lentezza. Si ha l’impressione che essi abbiano un proprio orologio biologico e un loro modo sequenziale, rituale, di svolgere i loro compiti, che non può essere accelerato (MacLean 1967a). La natura, nonostante tutta la sua spinta al progresso, è anche un’autentica conservatrice ed è più rigorosa di un direttore del museo nel conservare i suoi oggetti antichi. Il cervello rettiliano e quello limbico (dei neomammiferi) sono sopravvissuti a milioni di anni di evoluzione, ed è evidente che non ci possiamo aspettare dall’oggi al domani un capovolgimento della situazione, per cui essi scompaiano dal cervello dell’uomo. E d’altra parte è molto dubbio che il genere umano possa sopravvivere senza le emozioni limbiche, perché – qualsiasi altra cosa facciano – esse assicurano l’esistenza del conflitto e della discussione, che a loro volta garantiscono il rimescolamento del patrimonio genetico delle idee! Benché ci stiamo già preparando ad avere trasporti pubblici che si spostano alla velocità dei razzi, con i nostri cervelli animali dovremo ancora muoverci alla velocità del cavallo e del calessino.” Di fatto il cervello rettiliano ed il nostro sistema limbico relativo allo stadio dei neomammiferi misurano il tempo più lentamente rispetto alla nostra neocorteccia. Ciò ci permette di affermare che, anche se non vi è la conoscenza del fenomeno della relatività ristretta, il nostro cervello permette a ciascuno di noi di averne la coscienza attraverso i sintomi della sonnolenza, della stanchezza e della confusione, dovuti alla disritmia ed alla discronia o disincronosi circadiane, causate dal rapido attraversamento di vari fusi orari. Quindi, in noi, si manifesta un fenomeno alquanto singolare per cui, anche se non si ha la conoscenza di un fenomeno, il nostro inconscio rettiliano e neomammifero ci permette di prenderne coscienza attraverso la manifestazione dei sintomi, einsteinianamente relativi, al fenomeno stesso. La ricerca di quello sconosciuto causale ci permette a sua volta di avere, infine, una coscienza razionale del fenomeno. In sostanza siamo in presenza di un paradosso per cui il nostro apparecchio psichico, nella sua espressione irrazionale, ci obbliga ad attivare la funzione della ricerca tesa alla razionalità. Una ricerca che grazie alla sperimentazione ci permette di avere una conferma razionale di ciò di cui già l’istinto ci ha messo al corrente. Una razionalità attivata e vissuta a livello neocorticale ma proveniente dalla nostra parte più irrazionale ed inconscia, presente nei livelli cerebrali rettiliano e neomammifero. Livelli che proprio a causa delle differenti relatività nelle rispettive dimensioni temporali, si presentano perfettamente in sincronia con il concetto dell’unità diacronica dell’endiadi cervello-apparecchio psichico. 1.3 Le relatività cerebrali Oltre all’instabilità nel campo esteso della fisica, avremo, in analogia, una instabilità polivalente, relativa al nostro sistema nervoso centrale e, di conseguenza, anche al nostro apparecchio psichico. La dinamica si presenta chiaramente nella suddivisione, divenuta canonica, operata dall’ illustre neurofisiologo Paul Maclean. Una suddivisione, appena anticipata per ciò che riguarda la disincronosi circadiana, che si delinea su tre differenti stabilità prima di lui sconosciute ossia impreviste. Apprenderemo al proposito: “si può immaginare che, nella sua evoluzione, il cervello si sia sviluppato come un edificio al quale via via sono state aggiunte ali e sovrastrutture. […] il cervello più antico dell’uomo è fondamentalmente rettiliano; esso costituisce la matrice del tronco cerebrale superiore e comprende buona parte del sistema reticolare, del mesencefalo e dei nuclei della base. Il proencefalo dei rettili è caratterizzato da nuclei della base molto grossi, che somigliano al complesso pallidostriato dei mammiferi, ma a differenza del proencefalo dei mammiferi, presenta solo una corteccia rudimentale. Il cervello dei mammiferi antichi si distingue per il marcato sviluppo di un corteccia primitiva che corrisponde, come spiegherò più avanti, alla corteccia limbica. E infine compare, in una fase tarda dell’evoluzione, un tipo più complesso di corteccia, chiamata neocorteccia, che caratterizza il cervello dei mammiferi più evoluti e raggiunge il suo massimo sviluppo nell’uomo, diventando il cervello capace di leggere, scrivere e far di conto. Nel linguaggio oggi corrente, questi tre cervelli, potrebbero essere indicati come elaboratori biologici, ognuno con la sua specifica forma di soggettività e la sua propria intelligenza, il suo senso del tempo e dello spazio, le sue funzioni mnemonica, motoria e altre”. Avremo quindi nella delimitazione macleaniana del nostro cervello una struttura definita nella lingua inglese, proprio come “triune”, traducibile nell’endiadi “una e trina”. In questa unità trina si avrà una suddivisione che potremmo oggettivare come variabilmente stabile, situata su tre piani spazio/temporali differenti e, contemporaneamente, unitaria. Una suddivisione questa nella quale esistono tre singole stabilità, definibili come relatività ristrette, che si diversificano da quella stabilità che si attiva in modo unitario e globale. Una stabilità globale che sul piano della relatività einsteiniana potremmo definire come relatività generale. Questa ultima stabilità trova una sua armonia che si definisce in un equilibrio algebrico che supera le tre differenti relatività spazio/temporali ristrette, specifiche della triade cerebrale umana. Ciò determina necessariamente il crearsi di un equilibrio continuo fra queste tre singole stabilità e la stabilità unitaria. In tal modo l’equilibrio così ben descritto nel significante instabile, si rispecchia perfettamente nel continuo processo di accomodamento o di plastico equilibrio armonico, che si attiva continuamente all’interno della nostra struttura cerebrale. Un armonia che vede il presentarsi di due opposti quello dell’uno e quello del trino. È ciò che si definisce singolarmente nella esternazione sull’armonia del filosofo presocratico Eraclito da Efeso: “Ciò che è opposto concorda e dai discordi l’armonia più bella” (fr. 8). Quindi l’armonia più bella deriverà dalla concordanza di un equilibrio continuo o di mediazione, presente non solo nel nostro sistema nervoso, ma anche nell’intero organismo umano. È l’eminente cronobiologo Alain Reinberg che ci informa al proposito: “Le nostre capacità fisiche e intellettuali variano con le ore del giorno, i mesi e le stagioni. Queste variazioni sono periodiche, come il bisogno di dormire di notte e di affaccendarsi di giorno; hanno un carattere regolare e, di conseguenza, sono prevedibili. Si parla di «ritmi biologici» perché, per definizione, si caratterizzano per una variazione di periodo regolare. I valori misurabili disegnano, in funzione del tempo, una curva che sale fino a un picco, poi scende fino a un punto minimo, poi risale di nuovo fino a un picco e così via”. L’instabilità dei nostri ritmi circadiani rivela, quindi, un’ armonia. Un’armonia che con i suoi alti e bassi, ci rimanda al flusso oscillante di un’onda. Un’onda che ha suoi picchi anche nel campo dell’astronomia, nel suo essere analoga alla dinamica dell’ellittica orbitale dei pianeti del sistema solare e dei nostri solstizi ed equinozi. Un’onda che modula anche i nostri tempi rituali. Ci conferma al proposito l’autorevole filosofo fiorentino Vittorio Vanni: “La conoscenza dei ritmi biologici ha prodotto, analogicamente, quella dei tempi rituali; i solstizi, gli equinozi, le fasi lunari e planetarie, la loro analogia con quelle orarie ci indicano per tradizione le variazioni psico-fisiche che solo da poco la cronobiologia sta studiando”. Per ciò che riguarda l’orbita del nostro pianeta avremo un’onda con due picchi opposti ed estremi nell’afelio e nel perielio. Un afelio che si situa come il: “punto di massima distanza dal sole di un oggetto”. Mentre, al contrario il perielio è il : “ punto di minima distanza dal sole di un oggetto che descriva un orbita intorno a esso”. In tal modo l’instabilità, o meglio l’equilibrio presente fra i ritmi circadiani e l’erranza ellittica dei pianeti, mostra la sua piena analogia fra biologia ed astrofisica. Un’analogia che converge in un principio di causalità comune che si esprime nell’origine. Tale comunanza si rivela più che evidente nell’inscritto di Etienne Klein: “Gli atomi che compongono il mio corpo vengono anch’essi dal passato: si sono formati nelle stelle molti miliardi di anni fa e oggi si ritrovano dentro di me.” Quindi la vita passo a passo, seguendo un cammino graduale e relativo, è giunta direttamente fino a noi, seguendo un ben preciso filo conduttore. L’immagine metaforica della vita che ci fornisce al proposito il filosofo della natura Eraclito da Efeso, è più che significante : “La via della vite, curva e diritta, è una e la stessa”( fr. 59). L’intuizione eraclitea si coniuga singolarmente con quella del principio di relatività generale di Albert Einstein. Infatti parafrasando Eraclito alla luce della teoria della relatività generale avremo inequivocabilmente che: “La via della luce, curva e diritta, è una e la stessa”. Quindi il principio legato all’andamento rettilineo e curvilineo della luce diviene il paradosso più esemplare della vita stessa. Tale principio ci aiuta nel contempo a comprendere anche il cammino compiuto da un pensiero nel suo passare fra le nostre differenti relatività cerebrali. Per rimemorare, la teoria della relatività generale fu formulata nel 1916 ed ancora oggi viene così compendiata grazie al dato di fatto che: “Per quanto concerne la traiettoria di un raggio luminoso, in base alla teoria della relatività generale si trova che deve incurvarsi nelle vicinanze di una massa gravitazionale notevole; anche in questo caso l’effetto previsto è molto esiguo: un raggio luminoso proveniente da una stella che rasenti il bordo del Sole, dovrebbe subire una deflessione di circa 1,74 secondi d’arco. Osservazioni eseguite in occasione di varie eclissi totali di Sole (la prima volta nel 1919) confermarono con discreta approssimazione questo valore per la deflessione della luce, portando un efficace contributo all’affermarsi della teoria”. Quindi, al di là della metafora, la meta della vita è stata raggiunta in noi passando attraverso una concatenazione di causalità ben specifiche, tautologicamente identiche a se stesse e nel contempo ripetute ma, per lo più, a noi sconosciute. Infatti lapalissianamente nessuno sapeva che la luce viene deviata dalla forza di gravità del sole, però questo fenomeno, per noi imprevedibile, si ripeteva continuamente ed allo stesso modo o, tale e quale è, così come si presenta ancora oggi. Allo stesso modo l’imprevedibile concatenazione degli eventi, superando il paradosso del caso ed un insieme imprevedibile di trasformazioni, ha condotto il cammino della vita, sotto l’egida della Buona Fortuna, ad esprimersi, tale e quale è, in ognuno di noi. Avremo perciò un metaforico filo conduttore eracliteo, strettamente collegato con la relatività generale einsteiniana, del quale sono ben presenti le tracce filogenetiche nella nostra architettura cerebrale. Si avranno pertanto quelle tre trasformazioni che vedono in noi, rimemorando il citato macleaniano, la presenza di tre differenti strutture cerebrali od elaboratori biologici: “ognuno con la sua specifica forma di soggettività e la sua propria intelligenza, il suo senso del tempo e dello spazio, le sue funzioni mnemonica, motoria e altre” (cfr. P. Maclean). Su tale concatenazione filogenetica si sviluppa la nostra ontogenesi, ossia la nostra espressione personale. Avremo pertanto un passo a passo che si richiama o ci richiama al processo di stabilità e instabilità che ritroviamo letteralmente nel procedere del nostro cammino. È questo un processo ambivalente che si attiva, come nel campo della fisica, attraverso il mantenimento di un equilibrio. Un equilibrio riscontrabile ad ogni passo a passo della marcia nell’umano. 1.4 Il passo a passo tra neurofisiologia e fisica Fisica e fisiologia hanno una stessa e ben evidente radice etimologica. L’eminente etimologo Ottorino Pianigiani ci informa al merito: “fisica = gr. PHISIKÈ femm. di PHISIKÒS riguardante la natura (v. Fisco). Scienza che abbraccia lo studio di tutta la natura corporea e delle leggi che la governano.” “Fisologia = lat. PHISIOLOGÍA dal gr. FÝSIS natura e LÒGOS discorso. Scienza delle funzioni del corpo umano in stato di sanità e delle leggi della vita. Sinon. di Biologia, e in generale Scienza delle funzioni di tutti gli esseri organici, animali e vegetali.” Di conseguenza, iniziando dalla scienza che abbraccia tutta la natura, si arriverà, grazie al supporto del logos, a quel discorso riguardante nello specifico le leggi che regolano l’esistere dell’essere umano. Perciò le leggi che regolano la natura fisica e quelle che regolano la natura umana si presentano come un tutt’uno nel loro rispecchiarsi. Constateremo tale evidenza nei fatti specifici: secondo l’eminente fisiologo Wladmizierz Starosta la marcia comprende in se un’ambivalenza statico/dinamica. In pratica: “Questa capacità permette il mantenimento di una posizione stabile del corpo (equilibrio statico), come anche il mantenimento o la ripresa di una posizione (equilibrio dinamico) durante l’attività o subito dopo la sua effettuazione.” Quindi lo stabile e l’instabile, nella loro espressione statica e dinamica, sono una caratteristica pregnante di quel passo a passo che diviene un generatore significante di metafore. Il passo a passo della marcia viene dispiegato per noi sotto il profilo intermedio dell’oscillazione, dall’illustre fisiologo Jurgen Weinek: “Nella marcia si distinguono una fase anteriore ed una fase posteriore d’appoggio (arto portante), così come una fase anteriore ed una posteriore di oscillazione (arto oscillante)”. Un’oscillazione che è anche la caratteristica pregnante dei fotoni o dell’onda vibrante della luce, che ci riconduce nuovamente al fattore della relatività spazio/temporale . E’ proprio il fisiologo Wladmizierz Starosta che ci dettaglia in merito: “Questa capacità permette di definire la posizione del corpo e le modificazioni che si verificano durante lo spostamento dell’intero corpo (non di una parte di esso) nello spazio e nel tempo in relazione allo specifico campo di azione (cioè il campo nei giochi sportivi, la sala, il trampolino), o in relazione all’oggetto-soggetto in movimento (cioè la palla, il partner, l’avversario) combinando percezione e azione motoria”. L’esemplificazione del fisiologo si riconnette perfettamente con quella del fisico. Leggendo attentamente l’esposizione di Albert Einstein, potranno essere facilmente osservate le rilevanti analogie presenti con la fisiologia umana.Scrive il fisico tedesco a proposito del principio ristretto ed il principio generale di relatività: “Se noi formuliamo le leggi generali della natura quali esse vengono ottenute dall’esperienza, facendo uso come corpo di riferimento, a) della banchina, b) del vagone, in entrambi i casi queste leggi generali della natura (per esempio le leggi della meccanica o la legge della propagazione della luce nel vuoto) hanno esattamente la stessa formulazione. Ciò può anche venir espresso nel modo seguente: per la descrizione fisica dei processi naturali, né il primo né il secondo dei corpi di riferimento K, K’ risulta privilegiato in confronto all’altro. A differenza della precedente affermazione, non occorre che quest’ultima sia a priori necessariamente valida; non è contenuta nei concetti di “moto” e di “corpo di riferimento” e da essi derivabile; soltanto l’esperienza può decidere in merito alla sua correttezza o non correttezza”. Percezione ed azione motoria nel campo della fisiologia si tradurranno perciò in esperienza nel campo della fisica. Per quanto riguarda il passo a passo umano avremo nello specifico di questo procedere dinamico, un riepilogo dell’insieme delle relatività spazio/temporali einsteniane sia nel campo ristretto dell’azione individuale che in quello aperto del campo d’azione generale. Di fatto, riguardo alla dinamica relativa al movimento avremo che: tanto più il passo è veloce quanto più il muscolo si contrae, ovvero si accorcia. Parimenti avremo che, quando il muscolo è nello stato di quiete la sua lunghezza è maggiore rispetto all’accorciamento constatabile durante lo stato di moto. Inoltre, camminando lentamente impiegherò più tempo a percorrere uno spazio da A a B, mentre camminando più velocemente impiegherò meno tempo od accorcerò il tempo per percorrere lo stesso spazio. Il fenomeno che a tal punto si presenta alla nostra constatazione è ben chiaro: di fatto verificheremo che nel rispecchiarsi fra fisiologia muscolare e fisica einsteiniana si potrà rilevare un’analogia del tutto singolare. Un’analogia che sottostà ad una dinamica identica. Infatti nella teoria della relatività ristretta di Albert Einstein si recita che: “[…] il regolo rigido risulta più corto quando è in moto che non quando è in quiete, e tanto più corto quanto più rapidamente si muove”. Anche il muscolo, come già affermato, nel momento stesso in cui si rende cineticamente attivo diviene più corto, mentre quando è in quiete, nel suo essere disteso, è più lungo. Oltre a ciò, tanto più il muscolo è cineticamente attivo e quindi si accorcia, quanto più il tempo impiegato scorre lentamente. Il paradosso che a prima vista sembra incomprensibile è nella realtà dei fatti molto semplice. Il regolo di un metro diviene più corto di un metro mentre l’orologio per scandire il tempo di un’ora impiega più tempo. Quindi avremo il paradosso che l’orologio in movimento, potrebbe scandire ad esempio trenta minuti rispetto ad un orologio di “costruzione identica”, che, posto in uno spazio/tempo in quiete, ne scandisce sessanta. Perciò l’orologio in moto, rallentando la sua scansione del tempo, ne potrà accorciare, esattamente come nella nostra esemplificazione arbitraria, la lunghezza della metà rispetto a quella di un’ora dell’orologio situato in quiete in un normale spazio/tempo eracliteo. Il parallelismo fra regolo einsteniano e muscolo trova una sua conferma nella etiogenesi del pensiero einsteniano unificata con l’elemento visivo. Una etiogenesi del pensiero definita dal fisico tedesco come pregiudizio. Un pregiudizio metafisico che, rimembrando le parole del fisico tedesco, permette, la formulazione di una teoria : “le teorie fisiche non sono scoperte di una verità nascosta, ma libere creazioni della mente dell’uomo. Intuizioni. Cosicché, il filtro indipendente e potente che ci consente di interpretare i fatti per intuizione e, comunque, seguendo una logica mai induttiva ma sempre ipotetico-deduttiva (deduzione) altro non è che una visione del mondo. Un pregiudizio metafisico”. Perciò muscolo e visione, apparentemente così funzionalmente diversificati fra di loro, acquisiscono un preciso significato, quello di essere gli agenti che muovono il pregiudizio metafisico einsteniano. Questa evidenza ha la sua conferma nella redazione del biografo Philippe Chambon: “Come funzionava la mente di Albert Einstein? Ecco, secondo le sue stesse parole, quali erano gli elementi che svolgevano un ruolo nel meccanismo dei suoi pensieri: «Gli elementi sono di natura visiva e muscolare. E' solamente in un secondo tempo, dopo che il gioco di associazione (...) è sufficientemente ben definito e può essere riprodotto a piacere, che avviene la laboriosa ricerca delle parole e di altri segni convenzionali.» Si potrebbe dire, dunque, che il più celebre di tutti i fisici pensava con il corpo e potrebbe darsi che, analogamente a quanto succedeva a quel genio, valga lo stesso per tutti noi.” Le parole ed i segni convenzionali contengono in se le risultanti creative della ricerca. Ogni parola, è perciò, in sé per sé, un significante teoretico. Potremmo quindi affermare che in ogni parola vi è una sintesi teoretica, celata esattamente come un tesoro, nascosto all’interno di uno scrigno. Uno scrigno talmente normale, nella sua morfologia esterna, da non destare curiosità circa il suo contenuto. L’interno di questo scrigno, però, si è reso ben evidente nella natura visiva e muscolare degli stessi elementi messi in gioco da Albert Einstein. Una natura che si rivela come il motore del pregiudizio metafisico di quel passo a passo presente come costante nella ricerca compiuta in ogni campo dall’essere umano. Una natura che ci riconduce a quel rispecchiarsi tra fisica e fisiologia. Una natura che ci induce a quella ricerca che ci riconduce ai significanti contenuti negli elementi costituenti le parole, imprevisto ed instabile. Elementi che hanno una specifica filogenesi filosofica, evidente in Albert Einstein ma nata sotto l’egida di Euclide. Di fatto Euclide: “fu il sistematore della geometria greca in un’opera, gli Elementi, che espone i fondamenti sia della geometria piana sia di quella solida. Oltre che un incommensurabile valore scientifico (fu fino all’epoca moderna modello di rigore argomentativo), l’opera di Euclide ha anche un valore filosofico, in quanto formula in termini scientifici la visione del mondo propria di Platone, che concepiva gli enti geometrici puri come struttura fondante la realtà e capace di tradurre l’ordine delle Idee nel cosmo”. Quindi gli elementi nel loro tradurre l’ordine delle Idee che si concatena nella teoria, sono gli ispiratori del pregiudizio metafisico. Le teorie di Albert Einstein proporranno una nuova visione dello spazio/tempo euclideo, correggendo in modo del tutto imprevedibile la realtà ed il pensiero dell’uomo contemporaneo. Un’imprevedibilità che si lega con i fattori dell’ imprevisto visivo ed un relativo instabile muscolare, coniugati fra di loro, che divengono quegli elementi o contenitori, non solo einsteiniani, ma più estesamente filosofici, su cui si sviluppa il pensiero o più semplicemente l’esercizio logico della psiche. Questi elementi sono gli stessi all’interno dei quali brilla, pur celata, l’essenza significante, che da significazione all’intero universo. Un universo che viene idealmente rappresentato in quel percorso del passo a passo, che diviene a sua volta rappresentazione liturgica nel simbolismo esoterico. 1.5 Il passo a passo nel simbolismo esoterico Questo passo a passo, del tutto particolare, ha una sua esemplificazione nella liturgia officiata nell’incipit d’ingresso in un tempio particolare: quello della Libera Muratoria. Un tempio che, come per ogni tempio, scandisce un tempo trascendente che trasforma il tempo comune in un tempo sacrale. Si ha di conseguenza una modificazione non confutabile di relatività. L’inscritto etimologico è ben chiaro, leggeremo al proposito del tèmpio: “ dal lat. TÈMPLUM per TÈMPULUM diminutivo di TÈMPUS significante propriamente sezione, che il Curtius con gli antichi etimologisti confronta col greco TÈMENOS recinto, circuito, luogo separato| dedicato agli dei| e sT.A.C.ca dalla radice del greco tèm-nô| futuro tèmô| taglio, separo, divido (v. Fondere)”. Un tèm-nô: “che porta alla idea di separazione, periodo, epoca, stagione”. Quindi il tempio è un luogo, ossia uno spazio/tempo, separato dalla relatività dello spazio/tempo profano. Conseguentemente in esso, si vive nel piccolo tempo o TÈMPULUM sacro dell’officiare liturgico. Un tempo trascendente ed isolato, ovvero un tempo “diminuito”, che appartiene ad una relatività intensamente spirituale, separata dal tempo quantitativamente più “esteso” e relativo al vissuto del quotidiano. Perciò nel tempio Massonico, come in ogni altro tempio, avviene una netta separazione con lo spazio/tempo mondano ed euclideo, per entrare all’interno di un mondo ossia di un universo simbolico e spirituale, non più simbolicamente euclideo. Apparentemente ci troviamo di fronte ad una contraddizione: il mondo profano contiene nella sua immensità un macrocosmo simbolico di Elementi (cfr. Euclide) talmente esteso da divenire dispersivo. Tale diastole, tale dilatazione si espande così fortemente da dover essere poi compressa in una sistole od in una sintesi spazio/temporale che si situa necessariamente in uno spazio/tempo ristretto quale quello del tempio. Nel tempio la liturgia, il rito riproduce nella sua sintesi quegli atti simbolici che si legano con la realtà più comune e nel contempo più intima, che si lega a sua volta o si congiunge con l’essenza simbolica del macrocosmo. Quindi si avrà una coniugazione od una congiunzione fra elementi intimi ed elementi comuni riproducendo, in tal modo, proprio attraverso questa coniugazione, quel rito che da origine al concepimento, allo hieros gamos, al matrimonio sacro nel quale si vuol manifestare idealmente il sorgere della vita. Ogni tempio esprime in se per se delle caratteristiche comuni ma nel contempo ben precise. Nel tempio massonico prendono anima coordinate specifiche, che ci vengono descritte nella loro globalità dall’eminente studioso di simbologia Jules Boucher: “«La Loggia» spiega il Ragon(7), volendo parlare del Tempio, «è un quadrilungo»(8); essa dovrebbe, poiché il suo nome (loga in sanscrito) significa il mondo, essere rotonda o almeno ovale, come l’orbita che percorre annualmente il nostro pianeta intorno al sole.” Le voci bibliografiche a cui si riferisce Jules Boucher sono: “(7) Rituel de l’Apprenti Maçon, p. 67; (8) Il «quadrilungo» è un rettangolo formato da un doppio quadrato, le cui dimensioni stanno nel rapporto da 1 a 2.” Di fatto l’entrata dei fratelli all’interno del tempio o della loggia o di quel mondo che rappresenta l’universo, avverrà con un passo a passo compiuto in sincronia ed all’unisono. Un cammino che mima l’erranza ellittica ed ulissidea del nostro pianeta intorno al sole. Un’erranza legata a quel bisogno di conoscenza che vede nuovamente nell’astro luminoso la sua rappresentazione più fulgida.Non a caso il profano che entrerà a far parte della Libera Muratoria chiederà la luce e quindi l’illuminazione. Nei fatti il rito d’iniziazione contempla che: “la preparazione del Recipiendario comporta inoltre una Benda, che gli copre gli occhi, e gli sarà tolta quando «riceve la Luce». La rimozione della Benda concretizza lo «choc iniziatico» che l’iniziando deve provare.” Perciò l’iniziato avrà quell’illuminazione che sempre secondo Jules Boucher ha un suo preciso significato : “Illuminato vuol dire «rischiarato da una luce spirituale»”. Per tanto al principio dell’iniziazione corrisponderà in analogia il principio con cui ha inizio il rito Massonico. Un incipit che vede, l’osservanza di tre giri rituali, compiuti con un passo cadenzato ed all’unisono dall’insieme dei Liberi Muratori, seguendo una itinerazione orbitale intorno al centro del tempio. Un tempio il cui pavimento è costituito da quadrati bianchi e neri, aventi un significato che si richiama ad una concettualità che potremmo definire di relatività globale ed individuale. Una relatività ristretta poiché relativa ad ogni singolo fratello, e nel contempo generale, poiché relativa a tutto l’insieme dei fratelli officianti. Tale simbolismo ci viene così chiarificato da Jules Boucher: “il pavimento a Scacchi o a Mosaico (41), è formato da piastrelle quadrate nere e bianche, alternate, formanti una scacchiera. «Il pavimento a Mosaico», osserva il Ragon (42), «emblema della varietà del suolo terrestre, formato da pietre bianche e nere, unite da uno stesso cemento, simboleggia l’unione di tutti i Massoni del globo, malgrado la differenza di colori, di climi e di opinioni politiche e religiose»”. In corrispondenza nelle note bibliografiche leggeremo: “(41) La parola «mosaico» deriverebbe dal latino medievale musaicus. Il latino antico è musivum, tempio delle Muse e delle Arti da cui abbiamo fatto «museo». Da non confondere con l’aggettivo «mosaico» riferito a Mosè; (42) Rituel de l’Apprenti Maçon, p. 66-67.” Quindi avremo in questo officiare liturgico, un tempio, un universo al cui centro è situato virtualmente, un sole simbolico che tutto illumina, singolarmente e globalmente, che irradia la sua luce, in se per se, metafora della conoscenza. Intorno a tale centro virtuale d’illuminazione e simbolicamente di conoscenza, i fratelli compiono quei tre giri, il cui significato è legato al raggiungimento ideale di tre differenti livelli di coscienza. Livelli che gradualmente vengono ricapitolati durante la loro erranza simbolica. Un’erranza simbolica che vede anche il delinearsi univoco del passo a passo, dei fratelli situati in un ordine crescente, espresso nei gradi dell’apprendista, del compagno e del maestro. Un ordine crescente nel quale si delineano tre diversi stadi di conoscenza e stati di coscienza. Un ordine crescente che potremmo definire analogo a quello, filogenetico, dell’apparecchio psichico che si delinea grazie ai tre differenti elaboratori biologici cerebrali, dell’ordine macleaniano. Avremo, nell’evidenza, come già accennato, un insieme costituito da singole individualità che abbiamo definito come relatività ristrette ed un altro insieme che abbiamo definito proprio come costituito da una relatività generale. Un insieme ristretto, nel quale ad ogni livello di coscienza conquistata, corrisponde un grado di elaborazione superiore nell’apparecchio psichico relativo, di ogni singolo fratello. Un apparecchio psichico che ha la sua base, il suo fondamento, nella struttura e nell’organizzazione dei tre distinti cervelli macleaniani, filogeneticamente ereditati da ogni essere umano. Avremo per tanto una base filogenetica sulla quale, si evolve constantemente la nostra ontogenesi, ossia l’espressione sempre attualizzata od aggiornata dello svilupparsi della conoscenza e della coscienza all’interno del nostro apparecchio psichico. Ciò attiva, individualmente, un grado di elaborazione superiore, che è conseguentemente stimolato dalla profondità della ricerca intentata. Un grado di elaborazione elevata o superiore che ha il suo incipit a partire dalle coordinate del basso e del profondo insite nel primo elaboratore biologico macleaniano, ossia il cervello rettiliano, filogeneticamente da far risalire a duecento milioni di anni fa a: “quando animali che non impararono mai a parlare.” Non a caso nella loggia, ad ogni fratello appartenente al primo grado, quello dell’apprendista, è negata la parola esattamente come lo fu agli arcaici costruttori del nostro primitivo cervello. In questa specifica analogia, nell’ontogenesi dell’apprendista, sarà riepilogata la filogenesi dello sviluppo intellettuale dell’essere umano. La dinamica analogica dell’ontogenesi e della filogenesi, sotto il profilo psicoanalitico, viene così compendiata da Sigmun Freud: “L’ontogenesi può essere considerata come una ripetizione della filogenesi, nella misura in cui quest’ultima non è mutata da un’esperienza vissuta più recente. La disposizione filogenetica si rende osservabile dietro l’evento ontogenetico. In fondo però la disposizione è appunto il precipitato di una precedente esperienza vissuta dalla specie, al quale l’esperienza vissuta più recente dell’individuo si aggiunge come somma dei momenti accidentali.” Quindi il silenzio a cui è obbligato ogni apprendista, parafrasando l’inciso psicoanalitico e quello neurofisiologico macleaniano non è altro che il “precipitato” filogenetico che fa ripetere o ripercorrere all’apprendista quell’antico cammino percorso da animali che non impararono mai a parlare e che cominciarono a costruire una parte di quello che sarebbe diventato il cervello dell’uomo. Nel caso specifico dell’apprendista il percorso a ritroso, attraverso il silenzio, permetterà allo stesso, una nuova ricostituzione interiore dell’apparecchio psichico, seguendo la “formattazione” simbolica rappresentata all’interno del tempio dei Liberi Muratori. Un reduplicarsi che riproduce e rigenera quell’arcaica spinta all’elevazione psicofisica della struttura cerebrale, simbolicamente rappresentata come una pietra grezza che dovrà essere mano a mano sgrossata. Infatti nell’ontogenesi personale, ogni “precipitato” induce a ricercare livelli più elevati di conoscenza e coscienza. Nella itinerazione dell’apprendista, la parola non formulabile filogeneticamente nel cervello “tipo dei rettili” è negata di riflesso, in analogia, nell’ontogenesi del primo grado del Libero Muratore. Questa dinamica ci permette di constatare che, nell’osservanza liturgica della Libera Muratoria, vi sia il frutto di una profonda riflessione. Una riflessione che vede tradotta nella liturgia stessa il rispecchiarsi dell’endiadi psicofisica dell’essere umano. Un rispecchiarsi attualmente evidenziabile nella sua analogia tra fisiologia cerebrale e ritualità, ma ch’ebbe la sua stesura nel canone rituale quando ancora non vi era una conoscenza scientifica delle suddette dinamiche cerebrali divulgate da Paul Maclean solo a partire dalla seconda metà del XX secolo. Proseguendo nella descrizione dei livelli dei Liberi Muratori presenti nella loggia, avremo inoltre un secondo grado intermedio, quello del compagno, al quale nella scala macleaniana ora possiamo far corrispondere la struttura intermedia del tipo dei mammiferi antichi o primitivi. Infine avremo un terzo grado, quello del maestro, a cui corrisponderà, a sua volta, sempre nell’analogia onto-filogenetica la struttura cerebrale del tipo dei mammiferi recenti o evoluti.In tale struttura si aprirà la disponibilità verso tutte l’esperienze dell’intelletto come parimenti la vita della loggia si aprirà verso le molteplici esperienze cognitive e livelli di coscienza che possono essere acquisiti nella gamma molteplice di vari rituali. 1.6 Il Tempio e le relatività einsteiniane Al rituale di Loggia oltre che all’analogia dell’eredità strutturale ed organizzativa macleaniana, potrà essere attribuita un’altra analogia, quella che si rispecchia nella fisica einsteiniana. Rimemorando, per ricollocare l’ambientazione alla nostra finalità espositiva, avremo che il Tempio, la Loggia, il Mondo, il nostro sistema solare e più estesamente l’universo intero, hanno una loro ambientazione di campo ben precisa, nella quale si muovono le due differenti relatività individuale e globale o ristretta e generale dei fratelli Liberi Muratori, durante la loro liturgia. Il pavimento della Loggia è costituito da “un unico cemento” (cifr. J. Boucher) sul quale sono collocati quadrati regolari bianchi e neri. Parimenti l’ambientazione einsteiniana nella quale viene esemplificata l’esposizione delle relatività ristretta e generale, è costituita dalla: “superficie di una tavola di marmo” sulla quale sono collocati quadrati regolari. Su questa superficie marmorea utilizzando un regolo, che, in analogia, nell’esoterismo massonico è “simbolo di perfezione”, verranno costruiti una serie di regoli identici che secondo le precise parole di Albert Einstein sono conformati in modo tale che: “uno può essere sovrapposto all’altro senza che gli estremi fuoriescano”. Utilizzando con perizia, un insieme necessario di regoli, verranno formati prima un quadrato e poi una serie di quadrati che pavimenteranno completamente la superficie marmorea einsteiniana. Il risultato che ne consegue è stupefacente poiché singolarmente analogo a quello della pavimentazione, a quadrati, della Loggia, fatta esclusione solo per la colorazione, in alternanza bianca e nera, dei quadrati. Albert Einstein ci spiega doviziosamente il procedimento sequenziale di sovrapposizione dei suddetti quadrati alla superficie di marmo: “a questo quadrato ne aggiungiamo degli altri uguali, ciascuno dei quali ha un lato in comune con il precedente. Procediamo del pari con ciascuno di questi quadrati finchè in ultimo l’intera lastra di marmo sia ricoperta di quadrati.” Avremo quindi due pavimentazioni perfettamente analoghe. Sulla prima, quella simbolica del tempio, cammina passo a passo, la lunga teoria errante dei fratelli. Una teoria che si definisce nel compimento della sua triplice orbitazione percorsa su quei quadrati, al cui centro sta un sole virtuale. Un sole virtuale, reso immanente, poichè la lunga teoria dei Liberi Muratori riproduce simbolicamente l’itinerazione della “orbita che percorre annualmente il nostro pianeta intorno al sole.” (cfr. Ragon). Un astro lucigeno che oltre la luce ci dona, non solo simbolicamente ma anche materialmente, il suo calore. Un calore che ci proviene non soltanto dai raggi di luce percepiti dalla nostra retina, ma anche da altri raggi ed onde invisibili alla nostra percezione. In pratica a tutti gli effetti i raggi e le onde visibili, per ciò che riguarda solo la luce, sono quelli della gamma dei colori: “ rosso, arancione, verde, giallo, azzurro, indaco e violetto: i colori appunto dell’iride e dello spettro.” All’interno dell’insieme dei raggi luminosi si avrà: una differenza di pochi centomilionesimi di centimetro fra i colori visibili e quelli invisibili dell’iride. I colori invisibili come è notorio sono rispettivamente gli infrarossi e gli ultravioletti. Gli infrarossi vengono distinti in: “infrarosso prossimo da 0,75 a 3 µm, infrarosso medio da 3 a 25 µm, infrarosso estremo da 25 µm fino al limite delle microonde.” Questa gamma di raggi infrarossi ha una lunghezza d’onda troppo lunga per eccitare la retina, ma la pelle risente l’effetto del loro esserci, sotto forma di calore. Per ciò che riguarda gli ultravioletti la loro gamma va: “da 0,4 a 0,1 µm. La proprietà principale dei raggi ultravioletti è quella di favorire molte reazioni fotochimiche: per questo si dice che i raggi ultravioletti sono fortemente attinici”.Inoltre: “ hanno un forte potere sterilizzante e battericida […] la gamma 0,31-0,36 µm è la cosiddetta banda A (UVA) che favorisce l’abbronzatura mentre le gamme 0,25-0,28 µm (UVC) e 0,28-0,31 µm (UVB) possono provocare eritemi.” Avremo quindi un calore il cui principio di causalità, non è pre-vedibile per ciò che riguarda la sua origine relativa a raggi infrarossi ed ultravioletti, ma soltanto per ciò che ne riguarda gli effetti. Effetti che però a loro volta si uniscono al fattore contingente, ossia a quello del calore della luce, prodotto dai colori visibili che vengono percepiti dai nostri occhi. Quindi avremo per ciò che riguarda il calore prodotto dalla luce una endiadi fenomenica ossia calore prodotto da una luce non percepibile ossia invisibile e calore prodotto da una luce visibile. Avremo in aggiunta a tale fenomeno anche quello di un insieme di onde e di raggi, non luminosi, che produrranno a loro volta calore. Un calore che, come per la luce invisibile che c’è ma non è percepita, è prodotto da un insieme di fattori che ci sono ma non vengono percepiti. Quindi il gioco dell’instabilità si presenta esattamente analogo al gioco metaforico di quel sole all’interno della Loggia, che c’è e non c’è, ossia che c’è poiché simbolicamente sta al centro del tempio ma non c’è, poiché nella realtà non è al centro del tempio. Il gioco del calore emesso da una gamma luminosa che c’è poiché visibile e non c’è poiché invisibile, ne esprime pienamente l’analogia metaforica. Nel tempio quindi si realizza a suo compimento il perfetto rispecchiarsi tra simbolismo esoterico e realtà. Anche Albert Einstein utilizzerà l’artefatto esemplificativo di un calore con il quale riscalderà fortemente il centro della sua superficie di marmo quadrettata. L’esemplificazione einsteiniana si presenta come un paradosso analogico che si rende evidente, nella metonimia del calore sostituto del sole. Una metonimia che si traduce in realtà teoretica nella sua dimostrazione coerente con la realtà. Una dimostrazione che ci permette, ancora una volta in più, di confermare l’assioma tra simbolismo esoterico e quello astrofisico della natura. Lo scenario proposto dal fisico tedesco conferma pienamente l’assioma appena rivelato: “scaldiamo la parte centrale della lastra di marmo, ma non la periferia, nel qual caso due dei nostri regoli possono ancora venir portati a coincidere a ogni posizione sulla tavola. La nostra costruzione di quadrati dovrà però necessariamente diventare disordinata durante il riscaldamento, perché i regoli della zona centrale della tavola si dilatano, mentre ciò non avviene per quelli della parte esterna”. La parte esterna della superficie di marmo einsteiniana resta legata, poiché intatta, alla dimensione spazio/temporale euclidea . Una parte che nella sua erranza ellittica è molto più vicina al calcolo newtoniano piuttosto che a quello della relatività generale. Di fatto l’orbita terrestre è riferibile nella sua percorrenza al classico calcolo newtoniano mentre le orbite dei pianeti più vicini al sole rientrano in un nuovo schema di calcolo che deve tener conto della legge della relatività generale einsteiniana. Questa sfalsatura delle ellissi orbitali si rende evidente nel confronto dell’orbita della terra con quella dei pianeti più vicini al sole ossia Venere e Mercurio. È anche ciò che succede in analogia all’interno della Loggia dei Liberi Muratori. Nella parte esterna del pavimento della Loggia, proprio come la terra orbitante intorno al sole, si muove passo a passo, la teoria errante dei fratelli della Libera Muratoria, intorno ad un centro nel quale lo spazio/tempo subisce una deformazione, esattamente come avviene nella realtà del sistema solare. Infatti nel Mondo, nella Loggia del sistema solare, il sole, non solo simbolico, ma reale in quanto principio di causalità per ciò che concerne il calore, deforma lo spazio che ha intorno a se. Uno spazio che tanto più è lontano dal sole, quanto meno è relativamente deformato dalla forza di gravità dello stesso. Quindi avremo una deformazione simmetrica dello spazio e del tempo pienamente relativa, esattamente come avviene durante la marcia, simbolicamente rappresentata all’interno della Loggia dei Liberi Muratori. Il fenomeno della trascendenza simbolica si rende a tal punto in tutta la sua immanenza: il centro virtuale della Loggia diviene l’axis mundi di un universo spirituale che modula quel passo a passo che scandisce la trasfigurazione spirituale di colui che tanto più si avvicina a quel centro ideale tanto più ne subisce l’essenza. Un’essenza la cui luce agisce fin dentro la profondità più intima modulando quel passo a passo ossia il passaggio verso la trascendenza più alta.
O. Pianigiani (1845-1926), Etimologo, Magistrato, Senatore.G. Devoto, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze, 1989, voce: idèa, p. 199.O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, Edizioni Polaris,Genova, 1993, voce:prevedere, p1063.E. Klein, Ricercatore presso il Commissariat à l’Energie Atomique (CEA ) di Parigi; docente all’Ecole Central de Paris.E. Klein, Il tempo esiste?, Barbera Editore, Siena, 2006, p55.G. Devoto, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze, 1989, voce: in, p. 209.B. Colonna, Dizionario etimologico della lingua italiana, Newton Compton, Roma, 1997, voce: instàbile, p. 188.J. L. Bobin, Qual è la vera velocità della luce, Barbera Editore, Siena, 2006, p. 24.S. Freud, Metapsicologia, l’incoscio, (1915), in Opere, Boringhieri, Torino, 1980, volume VIII, p. 49. E. Klein, Il tempo esiste?, Barbera Editore, Siena, 2006, pp. 61-62. La nuova enciclopedia Garzanti delle scienze, Garzanti, Milano, 1988, voce: Teoria della relatività ristretta, p. 1218.A. Einstein, Relatività:esposizione divulgativa, Boringhieri,Torino1981, I,12. Come si comportano regoli e orologi in movimento, p. 74.
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