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LOUIS-CLAUDE de SAINT-MARTIN PDF Stampa E-mail
Scritto da aurelio   
sabato 17 ottobre 2009

Louis-Claude de Saint-Martin nella sua epoca(1743 – 1803)

Intervento  di Didier Vierick del 27/09/03 al Congrès International 2003 in occasione del bicentenario della morte di Saint-Martin – Traduzione di Alexander      É perché considerava che non si incontra Dio nelle assemblee che Saint-Martin fu forse il più discreto sulla sua illuminazione di tutti gli illuministi, che fu il più indipendente dei filosofi del suo secolo. Fu anche il più controverso a causa di quella stessa indipendenza di spirito. Ardente difensore della via cardiaca, combattendo senza tregua il sensismo, fu alla punta di una spada tanto affilata che i suoi punti di vista sono talvolta ben netti. Allo stesso modo, diffidando delle false dottrine, combatté i falsi alchimisti soffiatori di vetro, i falsi visionari, i falsi rosa-croce che affioravano negli alti gradi massonici, i falsi maghi di Avignone, e rifiutò qualsiasi contatto con la Stretta Osservanza templare dei Filaleti; giunse al punto di scrivere il suo libro «Ecce Homo» per la duchessa di Bourbon per distoglierla dalle sue tendenze all’occultismo di bassa lega. Per lui «il rumore non fa del bene ma il bene non fa rumore». Saint-Martin fu dunque considerato, e lo è ancora, come un mistico puro che trasmette attraverso il verbo l’iniziazione, non essendo il rito che un modo accessorio di trasmissione. Pregare, è «Verbare», «Verbare» è iniziarsi. Iniziarsi è sia far entrare Dio nel proprio Cuore, che entrare nel cuore di Dio. Ma vediamo, prima di scolpirgli una stele, in quale secolo visse.È davvero un bel secolo questo secolo delle Luci. Mozart, Gluck, Haendel, il giovane Beethoven, Bach, Boieldieu, Cherubini, Haydn ed il suo allievo Pleyel solcano l’Europa. È il secolo di Houdon lo scultore, di Fragonard, di David, d’Ingres e di Géricault, è anche quello di Beaumarchais, di Restif de la Bretone, del marchese di Sade, di Goethe, di 6 anni più giovane, e di Chateaubriand. È quello di Bossuet come quello di Fénelon. Questo secolo dà alla luce Cuvier, Laplace, e a Monge, a Lavoisier, a Lazare Carnet, a Malarck, a Bichat; a Lacepède, a Legendre ed a Arago. Quanti talenti concentrati in una Francia in piena mutazione. Vede la regalità, poi la Costituente, il Concordato, il Consolato, ed infine l’Impero. In Europa, l’Olanda e la Svizzera diventano i grandi centri per la stampa dei libri censurati, Francoforte è la capitale per la diffusione dei libri francesi. La lingua francese diventa la lingua diplomatica con i trattati di Utrecht.Il grande progetto enciclopedista attinge nell’aristotelismo antico (le categoria) e medievale (il tomismo, la scolastica e le sue arti liberali). Lo spirito razionalista che ne nacque doveva ineluttabilmente condurre ad una visione del mondo lineare, orizzontale, senza una propria dinamica; soltanto la metafisica, tramite Kant, poteva far uscire gli spiriti da questo deserto spirituale.In contrapposizione, l’illuminismo, sorto dalle correnti gnostiche, neo-platoniche e pitagoriche, arricchito del pietismo e del quietismo, si dava una nuova identità in ciò che Auguste Viatte chiama «le fonti occulte del Romanticismo». Allo spirito della classificazione orizzontale che esige il rigore scientifico, si oppone il metodo analogico verticale e le Leggi di corrispondenza dello spirito teosofico. Due modi di percezione di Dio, dell’Uomo e della Natura separeranno gli Illuministi dagli Enciclopedisti. Galileo ci ricollocava al nostro posto, noi che eravamo geocentrati. All’eliocentrismo che doveva sottomettere il nostro ego nella periferia del creatore e farci ammettere la nostra condizione di creatura, l’orgoglio alimentato da un mentale discorsivo e captativo riporta nuovamente l’uomo al centro delle cose, è attraverso queste che tenta di giustificarsi. L’Uomo crea con il pensiero, e sia. Ma siccome il suo pensiero si esercita verso la materia, essendo questa materia instabile, il pensiero in se stesso identificandosi alla cosa creata, non crea alla fine che cose corruttibili ed effimere. L’Uomo è il frutto del pensiero di Dio. L’uomo identificandosi alla materia, la materia è il frutto del pensiero dell’uomo. Gli occorre risolutamente voltarsi verso Dio, vi contemplerà il suo pensiero, si vedrà allora così com’è, fatto a sua somiglianza. Ecco la missione degli illuministi: dirottare lo sguardo degli uomini.E d’Ekartshausen fa bene questo distinguo tra illuministi e filosofi delle Luci: «Si dice che viviamo nel secolo delle luci, sarebbe più giusto dire che viviamo nel secolo del crepuscolo: qua e là, il raggio luminoso penetra attraverso le nubi delle tenebre, ma ancora non illumina, in tutta la sua purezza, la nostra ragione ed il nostro cuore. Gli uomini non sono d’accordo sulle loro concezioni; i dotti litigano; e, là dove c’è la disputa, non c’è ancora verità». La nuée sur le sanctuaire» di d’Ekartshausen, prima lettera, Paris, Edition Psyché).Sarebbe pericoloso pensare che le grandi figure dell’Illuminismo nel 18° secolo erano dei semplici ideatori di Sfere, dei nostalgici di antiche dottrine eresiarche. Per la maggior parte erano dei veri ricercatori. Che si tratti di Swedenborg, ingegnere, Franz Von Baader, minerologo, Dom Pernetty, botanico, Saint-Martin, professore all’Istituto Magistrale Ballanche, Mesmer, medico, Lavater, politologo, Josephe de Maistre o d’Ekartshausen, consiglieri di stato, tutti sono stati intimamente associati alla vita dello stato ed hanno partecipato alla sua evoluzione.Questo mondo non è peraltro in evoluzione, ma in Rivoluzione, e certi illuministi vi vedranno la mano della Provvidenza divina (Saint-Martin dice: «I popoli sono sovrani quando sono messi in opera dai decreti della Provvidenza»).Alcune date ed avvenimenti significativi, estratti da un quadro, ci faranno capire queste affermazioni:Rivoluzione industriale in Inghilterra; nel 1776, Adam Smith diventa il padre del Liberalismo economico.1774/1783: sommossa di 13 colonie inglesi d’America; inizio della guerra di indipendenza americana.1787: inizio del movimento per l’abolizione della schiavitù.Estensione del dispotismo illuminato nell’Europa dell’Est conducente ad una ristrutturazione degli apparati di stato, in vista della loro modernizzazione.Questo non accade senza qualche rivolta (Pougaciov in Russia nel 1773, in Belgio ed in Ungheria nel 1788) o riflessi nazionalisti (gli Aufklarers a Weimar e Dresda, indipendenza dei Paesi-Bassi nel 1789).Queste politiche nazionali sfociano:·         Alla creazione dell’Accademia di Berlino ad opera di Federico II nel 1743, diretta da Maupertuis, a cui appartengono Mendelssohn e Kant.·         A quella delle Belle-Arti e delle Scienze nel 1757.·         A quella della banca di Berlino nello stesso anno.·         All’introduzione dell’industria del cotone in Austria; Maria Teresa crea l’insegnamento tecnico.·         Alla scuola mineraria in Ungheria ed alla sua accademia reale del commercio e dell’industria. Caterina II acquista la biblioteca di Diderot e crea la banca delle assegnazioni, riforma l’amministrazione, facilita la libertà del commercio e dell’industria, crea il «codice Joséphin».Nel 1758, creazione dell’Accademia russa delle Belle-Arti.Giuseppe II crea il catasto, riforma il clero, abolisce la servitù della gleba  e le corvè, abolisce le corporazioni di mestiere.È proprio un bell’anno questo 1743. A Londra, Emmanuel Swedenborg, a 55 anni, ha la sua grande illuminazione. Il 18 gennaio di questo magnifico anno, Louis-Claude de Saint-Martin entra nel mondo «per dispensa» ad Amboise. Vi entra, vi apparirà, non ne farà mai parte. Si è anche detto «ha gettato il Mondo dietro di sé» (M. Best).Saint-Martin ha  quattro anni quando Diderot è incaricato, con d’Alembert, di costituire la Grande Enciclopedia e che Voltaire viene ricevuto in gran pompa a Lunéville in loggia bianca aperta. Ne ha cinque, quando Montesquieu pubblica il suo «Esprit des lois». Infine, ne ha sette quando Rousseau diffonde il suo discorso su «Les sciences et les Arts» e che Diderot porta a conoscenza del pubblico il suo prospetto dell’«Enciclopedia».Un’infanzia felice, in una famiglia ricomposta. È un essere gracile, si dirà di «salute cagionevole». Delle letture che maggiormente lo colpiscono nel profondo ed al principio delle cose («l’arte di conoscere se stesso» di Abbadie, le «Meditazioni» fi Cartesio)  che alle conoscenze esteriori (sono quelle stesse che gli faranno dire «Conoscere la natura attraverso l’uomo e non l’uomo attraverso la natura».Non ha che 9 anni quando, già, Jean-Baptiste Willermoz viene eletto Venerabile della sua Loggia e che Giorgio Washington viene ricevuto Apprendista in una loggia in Virginia.Vengono poi ad Orléans gli studi di diritto; anche qui, si applica più alla Giustizia che alla Legge. La sua lettura del mondo e delle sue agitazioni (la Rivoluzione francese) ne sarà fortemente impregnata. Coglierà l’interiorità della Provvidenza, l’incidenza del destino, capirà la necessaria collocazione della volontà umana. Dove l’uomo non vede che leggi, egli vede «La Regola», la vera, quella contenuta in ciascuno di noi, quella che utilizza il vero Regolatore, il Grande Riparatore dei mali umani.È su queste solide basi ereditate da un’educazione niente affatto borghese ma tradizionalmente legata alla nobiltà di rango, e provinciale, collegata ad una naturale curiosità per l’Uomo, che solletica la sua intelligenza sin dai 18 anni ai filosofi del tempo. Saranno Montesquieu, Voltaire e Rousseau. Ne trarrà qualche disdegno per la loro filosofia, ma rivedrà un certo numero di suoi giudizi tra il 1766 ed il 1770, in particolare su Jean-Jacques Rousseau ed il suo «Contrat social» e soprattutto «Les confessions».A 18 anni, si distruggono gli idoli, ci si costruisce delle ideologie, si hanno degli ideali, ma non ancora un vero «ideale». Lo dice lui stesso, li ha letti più con la sua immaginazione che con la sua ragione. Ma l’uomo è tuttavia lucido, sa di avere poco astrale, ma è di «una celeste trasparenza».Ha vent’anni e già, e senza saperlo, «La divina Saggezza» di Jacob Boheme è tradotta, Dom Pernetty s’imbarca a Saint-Malo con Bougainville, come elemosiniere verso le Maldive, Voltaire si appresta a pubblicare il suo «Dictionnaire philosophique» e rivolgere attacchi contro la Chiesa e la massoneria.Figlio rispettoso e giovane uomo di buona famiglia, Saint-Martin diventa avvocato del re Luigi XV° il Bene Amato, a Tours. La sua naturale predisposizione, tuttavia, non lo rende incline alla magistratura, c’è tanta confusione in questo mestiere; richiede, dunque, il protettorato del duca di Choiseul e la successione di uno zio consigliere di Stato.Gli necessita, non un mestiere, ma una carriera. La sua posizione sociale lo porta naturalmente verso quella della Spada. Si lascia nominare ufficiale, luogotenente del Re, intuendo che si può perdere la propria vita nel volerla guadagnare. La carriera, la vera, la sola che valga la pena di essere vissuta risiede nello studio delle «Alte Scienze».Badando ad una indipendenza finanziaria, unirà la ragione al sentimento. Il Reggimento di Foix lo fa sacrificare alle contingenze della materia, ma il suo cuore lo conduce al culto delle sue «care cose», per riprendere la sua espressione. La vera carriera è tutta spirituale, ed in questa, «non è la testa che bisogna rompersi, è il cuore».Il giovane Saint-Martin raggiunge dunque la guarnigione a Bordeaux. L’Europa è in una pace relativa (guerra dei 7 anni in Inghilterra). Si può fare a meno di questo ufficiale. L’America non si è ancora completamente sollevata per la sua indipendenza. Egli può dunque dedicarsi ai suoi amati studi.La Provvidenza si diverte ad incrociare i Destini. È il suo grande potere unificatore. Siamo nel 1768 ed il giovane ufficiale è condotto ad incontrare Dom Martines de Pasqually de La Tour de las Cases. Sarà, sempre nello stesso anno, che fa la conoscenza di Jean-Baptiste Willermoz, di 13 anni più vecchio. È un mistero vedere questo giovane erudito, abituato alle sottigliezze più diverse del linguaggio e del pensiero, lasciarsi sedurre dalle tesi di un ebreo portoghese che pare mal padroneggiare la lingua francese e che commenta tutto alla sua maniera. Nulla in tutto ciò che afferma è ortodosso, eppure Saint-Martin si mostra docile. Ha forse intuito che al di là di una semplice dottrina dai contorni talvolta piuttosto mal definiti, si nasconde un culto corrispondente alle sue più intime aspirazioni, ad esempio celebrare la Sacra Cena diventa per Saint-Martin una operazione? Adorare, pregare, certo, ma anche agire all’esterno per contribuire a quella restaurazione di una purezza già contenuta nel suo cuore e che sa non essere condivisa dai suoi contemporanei, ecco cosa sembra sedurre il Filosofo incognito.Di passaggio nelle Logge massoniche come fu di passaggio quaggiù, testimonia disilluso delle «care cose» che si perdono al di fuori del Verbo; nelle logge, vi si è iniziato soltanto «attraverso le forme», «i suoi sensi sono ben lontani da esse». La massoneria non è che uno scalo. La loggia «Josué», che lo riceve Cohen nel 1765, risponde mediamente alle sue aspirazioni. Essa è una stazione di posta che di tappa in tappa ci conduce fino all’ultima.Un periodo di guarnigione a Lorient, poi a Longwy e Saint-Martin abbandona la vita militare a Bordeaux; finalmente, può dedicarsi sin dal 1771, secondo Matter, alla Grande Causa. Il suo ritiro dagli elenchi militari del Reggimento di Foix coincide con l’espulsione dei parlamentari  da parte di Maupeou, segno premonitore dell’ondata rivoluzionaria? Matter pone una domanda pertinente che può farci capire, al di là dell’Onnipotenza della Provvidenza, perché Saint-Martin fu preservato dal Terrore.Dove andò, lasciando Bordeaux? Ad Amboise ? Non esistevano tensioni tra lui e suo padre. Andò a Parigi, presso d’Hauterive, Cazotte o Madame de La Croix oppure se ne andò a Lione per ritrovare l’Abbé Fournié, quell’abate che fu anche segretario di Martinez, ma che, in sovrappiù, fu rovinato dagli «Agenti» che gli si manifestarono in abbondanza? Riguardo all’opera di Emmanuel Swedenborg, Fournié negherà energicamente di aver attinto dalle sue opere. Saint-Martin e Fournié, tuttavia, non furono intimi come lo furono Saint-Martin e Kirchberger. Tutt’al più, avendo avuto lo stesso maestro, Saint-Martin diffidava dell’infatuazione del prete per Madame de Guyon nonché per Swedenborg. Circa Madame de Guyon, Kirchberger è chiaro; si confida con Saint-Martin: «senza le opere di Madame de Guyon, non mi sarebbe stato possibile capire diversi passaggi Degli Errori e della Verità». Ma inoltre: «Vi sono delle persone per le quali la lettura delle opere teosofiche sarebbe un nutrimento troppo forte, alle quali si potrebbe, presentandosene l’occasione, indicare le opere di Madame G. per far loro amare lo spirito del cristianesimo».Noi lo capiamo bene, Louis-Claude de Saint-Martin suscita un tale fascino che le sue opere si diffondono ovunque in Europa. Altrettanto sono apprezzate negli ambienti occultisti e circoli esoterici, dove è di moda riferirsi al Filosofo, ma inoltre la sua notorietà raggiunge anche i circoli mondani. Le sue Pièces philosophiques del 1771 determinano la sua statura, il suo libro Degli errori e della verità, nel 1775, la consolida.  È in questa svolta decisiva della sua vita che supererà la sua cattolicità, molto più di Jean-Baptiste Willermoz, e lo proverà a contatto di Martinez che fa di questo allievo un discepolo, per quanto il Maestro non lo trovi sufficientemente preparato per potergli comunicare la totalità del suo insegnamento. Ne farà dunque il suo segretario. Non si trattava peraltro di un onore, il Maestro  si è pur scelto il tristo Du Guers, cosa che fece dubitare molti discepoli circa il dono di charoveggenze del Teurgo.É in questa scuola di Martinez che coglierà tanto l’immensità quanto la difficoltà del compito che gli incombe : insegnare. Lo farà coi Du Bourg (Mathias e Joseph) a Tolosa, a partire dal 1776 fino al 1785, Kirchberger, suo amico, lo farà con la carissima Madame B (Boeklin), lo farà dedicando il suo «Ecce Homo» alla duchessa di Bourbon, madre del duca di Enghien, lo farà con molte donne, la Principessa di Noailles, la Contessa du Barry, Madame de Lusignan, persino nella scuola superiore. Insegnerà tutta la sua vita, anche quando ci consegna il suo pensiero, un po’ come un uomo che si scopre parlando del suo intimo, continua ad insegnarci. No, egli non ci parla, in quanto la parola, è Verbo senza benedizione. È sufficiente leggerlo per sapere a chi dobbiamo assoggettarci! Ripetiamo il suo pensiero: «Verbare, è pregare», e, inversamente, nel leggerlo, impariamo a farlo senza neppure accorgercene.Saremmo tentati di dire che insegnò persino agli Angeli, in quanto prima di parlare agli Angeli, non bisogna vivere come un Angelo? La sua stessa vita attesta questa vita angelica, fatta tutta di dolcezza e di ammirazione, ne scriverà persino un meraviglioso Trattato su questo tema. È là che riprende la parte sui suoi simili che vogliono con parole d’ordine trattare con gli «Agenti divini», senza vivere devotamente.Ed anche se desidera con tutta l’anima che i propri Libri non servano a niente, non può impedirsi di scrivere, di leggere, di commentare e di professare. È in quella stessa scuola di Martinez, dove coglie il senso stesso della lotta a cui dovrà dedicarsi che capisce che «la saggezza divina si serve di Agenti e di Virtù per far sentire il suo Verbo nel nostro interiore, ma occorrono tutte queste cose per pregare Dio?». Come sola arma ha la sua facoltà di «verbare» e la sua profonda fede. Già nel 1766 sa che questi «Agenti» sono una porta per la relazione spirituale con Dio. Lo sa con certezza: ha avuto qualche segno sensibile ed ottenuto dei «passi» sin dall’equinozio di primavera del 1772, anno della sua ordinazione a Réau.Croix. Davvero un brutto anno per Willermoz che fallisce nelle suo operazioni equinoziali, davvero un brutto anno per gli emuli di Martinez, il maestro si imbarca per San-Domingo, per regolare una questione di successione. Occorrerà, dunque, accontentarsi dei suoi discepoli Willermoz, di Saint-Martin e Duroy d’Hauterive per le ordinazioni.Mentre Swedenborg ottiene la rivelazione nel 1743 quando Saint-Martin entra nel mondo, quest’ultimo ottiene anche lui dei Segni nel 1772, anno in cui Swedenborg lascia questo mondo, sempre a Londra.Molto presto Saint-Martin capisce che se gli Agenti e Virtù possono aiutarci (e Martinez gli asserisce che è tutto e soltanto ciò che abbiamo per lavorare alla nostra Reintegrazione), capisce che dobbiamo e possiamo ugualmente molto aiutarli. Ma attenzione, questi Agenti si ripartiscono in Classi ed il nostro aiuto può diluirsi e perdere di efficacia. In questo, Martinez, suo introduttore, ha delle Virtù molto attive.Siamo nel 1774, Hershell crea il suo grande telescopio, la scienza avanza, la grande causa di Saint-Martin anche, si incontreranno un giorno a Windsor.1774, anno di emancipazione. Jean-Baptiste Willermoz, con audacia, intraprende il suo grande progetto del Regime Scozzese Rettificato. Saint-Martin catechizza gli Eletti Cohen, effettua un breve soggiorno con il fratello di Willermoz in Italia, e, di ritorno a Lione dove frequenta la Loggia «La Bienfaisance», è pronto per la grande avventura dall’aprile 1775 all’aprile 1776.Effettua un soggiorno a Genova via Nizza, poi a Parigi nell’aprile 1775, mentre tutta l’Ile-de-France è in effervescenza (è la rivolta contro il ministro Turgot, chiamata «la guerra delle farine», avvisaglie della Rivoluzione). Un soggiorno breve, tra due lezioni ai giovani Eletti Paganucci e Périsse, una visita a Cazotte, zelante allievo di Martinez ed il suo libro «Degli errori e della verità» appare sotto il nome del Filosofo Incognito. Paradossalmente, quest’opera lo farà riconoscere come un’autorità nell’ambiente occultista, quanto nei salotti mondani, in quanto Saint-Martin li ama, non perché vi si brilla, ma perché vi si incontrano degli esseri raffinati quanto perfidi e che è in questi circoli che la sua missione deve collocarsi: illuminare gli uni e rischiarare gli altri. Ha il dovere di rapportarsi con gli Invisibili come con i Visibili. Ha il dovere di esservi presente, in ogni circostanza, anche nelle ore più calde o più sinistre della Rivoluzione francese; patirà per il suo esilio ad Amboise ma farà buon viso a cattiva sorte.La Signore de Lesinasse, Geoffrin, du Deffand, de Staël, Necker e Bathilde d’Orléans, duchessa di Bourbon, sono celebri in tutta Europa per accogliere le Menti brillanti nel loro salotto. La timidezza di Saint-Martin sarà vinta grazie alla sicurezza della marchesa di Chabanis che lo spinge a difendere nei salotti il partito spiritualista. Il loro lavoro di public-relation è servito senza che veramente vi si interessi all’elaborazione dell’Enciclopedia. Dobbiamo tuttavia sapere che il 78% della popolazione è analfabeta e che le donne contribuiscono ampiamente a questo analfabetismo (86%). Questo piccolo cenacolo di donne nobili o borghesi contribuisce alla propagazione delle idee liberali di emancipazione dell’uomo e dunque della donna, esempio le logge massoniche di adozione. Saint-Martin e Willermoz, redigendo dei quaderni di rituali per la ricezione di Madame Provensal alla Teurgia, favoriscono egualmente l’emancipazione della donna. Non si può dire altrettanto dell’emancipazione dei negri dove Saint-Martin non si mostra affatto progressista. Non soltanto, non partecipa alle azioni ed alle idee del Club per l’emancipazione dei negri, club di cui Robespierre è un ardente difensore, ma è, al riguardo, ad immagine di Martinez, quello che si chiamerebbe un reazionario. La sua idea sul popolo negro è quantomeno retrograda ai suoi tempi. In due occasioni, nel suo Tableau naturel des rapports qui existent entre Dieu, l’Homme e l’Univers, come nelle sue Leçons de Lyon aux jeunes Élus Cohen, il discepolo non è affatto meglio del Maestro e fanno di Saint-Martin un ben misero antroposofo; perdoniamogli le sue colpe come perdonerebbe le nostre, lui, il sublime Teosofo. Ma ritorniamo alle nostre «mondane» che servirono anche la Grande Causa, la causa spiritualista, in quanto i mistici abbondarono sotto i rivestimenti dorati dei loro palazzi privati, quanto i razionalisti. E Saint-Martin vi ha il suo spazio. Matter commenta: Lungi dal voler nascondere la sua vita e vegetare in consessi misteriosi, il Filosofo Incognito aspirava, in realtà, al filosofo conosciuto. E meritava di esserlo, sapendo unire mirabilmente le due cose più rare e più lodevoli in un dotto, quella del pensatore molto profondo e di uomo del mondo molto diffuso. Ovunque ricevuto con la premura che le sue qualità meritavano, e prestandosi a questa premura senza che l’uno e l’altro di questi due meriti, che lo fecero ricercare, nocesse all’altro, Saint-Martin era fatto per il mondo come per la seria filosofia che aspirava all’onore di riversarvi».In questi salotti, dunque, si parla di Dio, della mistica, ma vi si commentano anche i libelli dei club politici, si parla della censura delle «Nozze di Figaro», di Beaumarchais, e del suo spirito critico e provocatore. Vi si ascoltano gli ultimi libretti di Salieri. Saint-Martin, che coltivava il violino, apprezza questa atmosfera così propizia alla preghiera ed alla meditazione. Se le idee circolano in fretta, per contro gli uomini sono lenti sulle vie maestre, ci vuole in media un’ora per percorrere una lega, cioè 5 km. Pensiamo ai frequenti spostamenti di Louis-Claude de Saint-Martin attraverso l’Europa. Le strade sono incerte, dissestate, per lo più sterrate, polvere e fango a seconda della stagione, ponti di legno spesso crollati, innumerevoli pedaggi, il cambio dei cavalli non sempre rapidi, riservati ai servizi del Re ed alla Posta, il corriere procede più rapido degli uomini; un assale spezzato, un cavallo che perde il ferro ed il viaggio è compromesso. Il viaggio è dunque fonte di inconvenienti, disagevole ed incerto. Bordeaux è a 15 giorni da Parigi, Orléans a 4 giorni. I bagagli sono strapazzati, talvolta persi o rubati. Il viaggio rimane un lusso. I villaggi francesi sono a giorni e ad ore da Parigi. Questo contribuisce ad una vita locale ristretta su se stessa. Saint-Martin predilige la diligenza per la sua grande mobilità. Si emancipa tanto intellettualmente che culturalmente rendendo visita ai suoi amici provinciali o europei. Tuttavia, darà sempre l’impressione di passare in questo mondo senza mai esservi.Un viaggio a Tolosa nell’estate del 1776: è l’anno del ribasso del prezzo del grano e del vino, è l’inizio di una terribile disoccupazione nelle campagne. Per Saint-Martin, è il ritorno a Parigi fino al dicembre del 1778. È in questo periodo che incominciò ad interessarsi alla creazione della «Société des magnétisateurs de Paris», associazione con una succursale a Lione.Quando nell’aprile del 1784, Jean-Baptiste Willermoz, fondatore del Regime Scozzese Rettificato, aderì alla «Concorde», société magnétisante de Lyon, su incoraggiamento dei Massoni Eletti-Coên o dei Cavalieri Beneficenti della città, non faceva che cedere ad una moda che aveva conquistato Parigi già da 6 anni e raggiungeva tutta la Francia. Louis-Claude de Saint-Martin diffidava di Messmer, come diffidava di tutti peraltro, ma era tuttavia incuriosito dal magnetismo.La «Concorde» era un circolo con un tipo di funzionamento analogo a quello di una loggia massonica; era diretta dal chirurgo Dutrech, e la quasi totalità dei membri di questa Loggia erano anch’essi massoni in una loggia rettificata. Il successo incontrato a Lione dal magnetismo era dovuto essenzialmente al fatto che i medici magnetizzatori erano anche massoni rettificati e la pratica degli uni alimentava, perfino confortava, la dottrina degli altri.Questo magnetismo, tutto animale, era importato dal Viennese Franz Anton Messmer, appoggiato da Jussieu, e si proponeva, «di ristabilire l’armonia primitiva che regnava tra l’uomo e l’universo». Il postulato di base era quello di Cornelio Agrippa: «l’uomo ha tutto in sé: il peso, la misura, il numero, il movimento, gli elementi e l’armonia». Questi magnetizzatori parlavano di un fluido universalmente diffuso, di una mutua influenza tra i corpi celesti ed i corpi animati, di effetti alternativi che possono essere considerati come un flusso ed un riflusso. Questo linguaggio era analogo a quello che proponevano i discepoli di Martinez de Pasqually, il padre spirituale ed iniziatore di Willermoz, come di Louis-Claude de Saint-Martin, con la sola eccezione che quel magnetismo, presso Mesmer, era tutto animale. Ma una unità di vedute tuttavia emergeva secondo i propositi dell’occultista Court de Gobelin: «Spogliamoci dell’uomo fisico di Paracelo, che trae la sua origine da Adamo, per non obbedire che all’uomo invisibile e celeste che, esso, la trae dagli astri».Saint-Martin cercherà di conversare con l’astronomo Lalande nel 1797, nel corso di un pranzo ma gli uomini si separarono nella più totale incomprensione. È dunque nel 18° secolo, a seguito delle esperienze di Franz Anton Messmer, che si dedusse che un fluido passava da un partecipante all’altro, creando così quello che viene chiamato un «egregore». Questo termine, che vuol designare l’intima coesione di un gruppo, è di origine occultista e si introdusse nel compagnonnage tramite la massoneria.Ma ritorniamo al nostro caro Filosofo.Siamo nel 1778, Saint-Martin è di passaggio a Tolosa, si lega coi Du Bourg che stima per il loro senso di ospitalità e la loro curiosità. Insegna loro il martinezismo, senza creare una propria scuola, ritorna poi al suo purgatorio: Parigi. Voltaire muore in primavera e Diderot, Condorcet, d’Alembert rifiutano di unirsi ad una manifestazione pubblica in sua memoria. Saint-Martin non rimpianse mai il mancato colloquio ad un pranzo presso il suo protettore il Maréchal de Richelieu. Il disprezzo riportato da Voltaire a d’Alembert a proposito della sua opera «Degli errori e della verità» lo aveva crudelmente ferito. Cagliostro fonda il suo rito, primo abbozzo dell’Egiziano a Bruxelles; Willermoz riceve Joseph de Maistre Grande Professo.Bisognerà aspettare il 1784, due anni dopo la comparsa a Lione del suo «Tableau naturel….», perché Saint-Martin sia riconosciuto come il capofila della scuola martinezista. Invitato, per questo, dai Filateti, molto impregnati nella ricerca alchemica ed allo scopo di unirsi e fondersi con la scuola swedenboghiana, Saint-Martin rifiuterà. Il suo fine è di prendere le distanze dalle scuole occultiste e rivolgersi verso il pubblico sedotto dall’enciclopedismo e dal sensualismo. Il grande concorso di filosofia dell’Accademia di Berlino gli diede tutte le speranze di conquistare il pubblico alla causa spiritualista, ma le sue vedute diviniste non conquistarono i favori della giuria.1785, e l’Agente di Lione trova Louis-Claude de Saint-Martin sufficientemente «casto nelle sue radici» per comunicarsi a lui. Ma sa anche che gli occorre del coraggio e della costanza per ottenere che Dio ripari tutto in noi. Dopo i suoi due insuccessi dell’Accademia di Berlino e di Parigi, ne è convinto. Deve recarsi a Londra, per appropriarsi del misticismo di Jane Lead; senza saperlo, frequenterà una boehmista, ed incontrerà William Law, anch’egli boehmista e traduttore del filosofo teutonico. La Provvidenza si diverte a far convergere i destini nel suo disegno di Unità. William Law e Saint-Martin si legarono di amicizia ed alcune delle loro opere sembrano completarsi a tal punto che Matter dice che Law avrebbe potuto firmare «Gli Errori…» e Saint-Martin, l’«Appello alla preghiera». Il Conte di Divenne si unirà a loro. Saint-Martin risiede presso il principe Galitzin e frequenta il piccolo mondo che chiama «martinista». È lui stesso all’origine di tante confusioni, poiché nella sua mente i martinisti sono i seguaci di Martinez. Nel 1788, Galitzin lo porta a Parma e Roma via Genova, e lo introduce nell’aristocrazia italiana. Non trovandovi i suoi cari scopi all’altezza della sua speranza, Montbéliard e la Duchessa di Wurtemberg si defilarono.Dal 1788 al 1791: tre anni di metamorfosi, tre anni fecondi e decisivi nella vita del filosofo. Saint-Martin migra a Strasburgo per tre, tre brevi anni che mise a profitto per terminare il suo «Homme de Désir» iniziato a Londra, per separarsi dalla massoneria, il suo cuore ed il suo spirito non essendovi mai veramente presenti. Strasburgo s’infiamma per la filosofia delle «Luci», si lascia sedurre da Kant e la sua «Ragion pratica» complemento della «Critica della ragion pura». Incontri sorprendenti a Strasburgo: con Silferhielm, il nipote di Swedenborg; scriverà il suo «Nouvel Homme» di cui certi dicono essere più ispirato da Swedenborg che da Boheme; incontro interessante con la nobiltà alsaziana dei Turckheim, persino cruciale per la sua conversione al boehmismo con Rodolphe Salzmann. Strasburgo e, di nuovo, le donne, sempre le donne, è qui che scrive «Ecce Homo» per la duchessa di Bourbon. Ancora donne: la baronessa d’Oberkirsch, e Madame de Boeklin per la quale avrà un’amicizia «di una santa tenerezza».Un piccolo circolo di sei persone (Westermann, Schwing, Boeklin, Salzmann, Meyer, Razenried) conquisterà Saint-Martin a Jacob Boheme, lo guideranno verso quella lingua tedesca che si premura di imparare per familiarizzarsi con il Teosofo teutone. Traduce l’«Aurora nascente». Ma, di tutti, solo Salzmann aveva «la mesure développée». Allenato dal pensiero di Swedenborg, di Law, di Pordage e di Lead, la sua conoscenza di Boheme seduceva Saint-Martin.1791, dietro ordine del padre, lascerà la città per Amboise durante la «bagarre de Varennes». Dovrà quindi separarsi da Madame B…, e sarà tra le lacrime. Dirà «Vi sono tre città che contano per me; Strasburgo è il mio Paradiso, Amboise è il mio inferno, Parigi è il mio purgatorio». Senza saperlo, forse, il padre gli salvò la vita: il 1789 e la Bastiglia non erano distanti e Saint-Just già imperversava a Strasburgo.1792, una escursione a Petit-Bourg, poi richiamo ad Amboise dove lo stato di salute del padre si degrada. È un anno enigmatico: Saint-Martin si confida: «sono tra gli scossoni del nulla, sotto la stessa potenza di quando mi è stata aperta la carriera». È tornato ad occuparsi delle questioni della vita profana che sanno così bene ottenebrare la vita dell’anima? M.me B… gli scrive per confortarlo : «che ciascuno rimanga nella vocazione a cui Dio lo ha chiamato». È annichilito nel vedere la sua carriera spirituale arrestarsi e la sua meta allontanarsi? Ha per comunicazione lo «Spirito del decreto che si porta addosso» e gli fa accettare di essere un recluso ad Amboise. Trarrà dunque profitto nell’andare dal suo inferno di Amboise al suo purgatorio di Parigi, farà la conoscenza di colui che ce lo farà meglio conoscere attraverso gli scambi epistolari, si tratterà del bernese Kirchberger di Liebisdorf. Quest’ultimo è al teosofo di Amsterdam, Gichtel, traduttore di Boheme, ciò che Saint-Martin è al teosofo teutone. Non si possono trovare migliori amicizie spirituali. Amicizie che non si possono contraddire anche nelle questioni di dottrina, ne abbiamo come prova la reciproca difesa e argomentazione sulla natura della Vergine e di Sophia. Si parla di Lavater ed anche della Scuola del Nord che professa la rotazione delle anime (reincarnazione) ed il ritorno di San Giovanni che deve sostituire la sua scuola a quella di San Pietro. 1793, è il regime del Terrore: su 400.000 nobili ed ecclesiastici, il 15% perirono, la metà è emigrata. Anno della morte del re Luigi XVI° e del padre di Saint-Martin, ritorna ad Amboise. Ne approfitta per sdebitarsi di 70 livres verso la nazione per l’equipaggiamento dei 300.000 soldati della Repubblica. Il duca di Orléans, Philippe Égalité, lo stesso che aveva votato la morte del re, suo cugino, andava sul patibolo. Saint-Martin dovrà da questo momento chiamare sua sorella la duchessa di Bourbon, cittadina B. Deve anche censurarsi ed invitare i suoi corrispondenti a farlo. Ne proverà dispiacere per le lettere provenienti da Strasburgo. Il linguaggio simbolico, mistico o occultista passava al setaccio dei censori, e Saint-Martin era in obbligo di dare spiegazioni su tutto ciò che appariva ambiguo o sospetto. È persino costretto a mendicare un certificato di cittadinanza. Occorre comunque moderare i pericoli a cui Saint-Martin deve far fronte. Jean-Baptiste Willermoz, lui, deve nascondersi in quanto accusato, con ragione, di aver partecipato all’insurrezione di Lione; si è cannoneggiato e vi sono stati dei morti tra i repubblicani.1794, festa dell’Essere Supremo, abolizione della schiavitù, morte di Lavoisier, di Andrea Chenier, di Danton, di Saint-Just e di Robespierre. Si fanno uscire i nobili dalle prigioni ma li si allontana per decreto da Parigi. Saint-Martin viene nuovamente esiliato da Petit-Bourg (Ris, nell’Ile-de-France) ad Amboise; solitudine immensa, «lavora per sentirsi pronto ad uscire dal mondo», lavora anche alla traduzione di Boheme e Kirchberger ed a quella di Gichtel. È la creazione del Politecnico e della Scuola Superiore. Saint-Martin vi è chiamato. Il suo compito: formare sin da suo ritorno in provincia uno tra i 2000 e 3000 insegnanti della Repubblica. Lui che non vuole volgersi che sulla parola interiore, dovrà diffondere la parola esteriore. Ma come tutto è legato in questa Rivoluzione francese, vi vede il suo salario versato dalla mano della Provvidenza. Sale a Parigi e gli assegna, poiché è sulla lista dei precettori del delfino, come prima missione di montare di guardia al Tempio, presso il giovane Luigi XVII°. Assolve il suo dovere politico con semplicità. Fonda come ovunque dove abita il suo piccolo oratorio. Vi prega, vi medita, è da questi luoghi di intimità spirituale che attinge la sua ispirazione; gli sviluppi pratici avvengono nella strada, nei salotti, in carrozza o nelle stazioni di posta. Se la sua prima scuola gli fece capire che la sua missione era di insegnare, la Scuola superiore non gli dà affatto i mezzi per farlo, ne trarrà più conoscenze che insegnamenti. Conoscenze sull’arte di discorrere metodicamente, ma la povertà degli argomenti contro l’esistenza di Dio come quelli che militano per la superiorità della comprensione umana gli facevano rimpiangere le sue meditazioni sul destino dell’anima. Il Culto della Dea Ragione, istituito da Robespierre, due anni prima, viziava sempre il terreno vegetale e spirituale di Sophia e dello Spirito Santo. È in questa Scuola superiore che ebbe l’occasione di difendere con forza, contro Garat, ministro dell’Interno e commissario generale della Pubblica Istruzione (e professore, anch’egli) le sue convinzioni sul senso morale, sulla facoltà naturale di pensare del nostro interiore, sulla parola prima, sulla materia non-pensante. Garat era un brillante oratore ma uno scadente scrittore, Saint-Martin era l’esatto contrario. I concetti di Garat e Condillac erano delle degenerescenze di quelli di Locke e di Kant, quelli di Saint-Martin si richiamavano al verbo stesso e, dunque, rigeneravano il pensiero dei suoi ascoltatori. La vitalità della sua fede aumentata dalla sua reputazione contribuirono alla riabilitazione dell’illuminismo nel secolo delle Luci. «Il raggio luminoso, tramite lui, penetrava attraverso le tenebre, e poteva illuminare, in tutta la sua purezza, la ragione ed il cuore». «Delle Pietre furono gettate sulle fronti dei golia». Terminata la sua missione, se ne ritornò nel suo inferno di Amboise a vivere con una magra rendita tale da impedirgli di rendere visita al suo amico Liebisdorf. Una cattedra di storia a Tours lo tentò; l’aiuto più prezioso fu la sua notorietà per ottenere il posto, per occupare funzioni più elevate nel corpo insegnante. (ad esempio l’istituto nazionale creato in quell’anno). Nominato membro degli elettori del dipartimento, questo compito lo occupava una decina di giorni al mese. Quelle due utopie materiali che sono la politica e l’educazione lo portavano naturalmente all’azione correttiva. La pubblicazione della sua «Lettre à un ami sur la Révolution française» ci illumina sulla sua volontà di diffondere la sua teoria sulla Teocrazia. Educazione, politica e religione, ecco una terna infernale che Saint-Martin denuncia, vuole sostituirle una terna divina, Provvidenza, Destino e volontà umana, così sublime nel suo «Tableau des rapports…». È questa doppia terna intrecciata che aiuterà più tardi il principio sinarchico.Il 1795 è anche, per Saint-Martin, l’anno della sua conoscenza, tramite Kirschberger, del teosofo tedesco Von Eckartshausen. Anche qui si trova in contraddizione coi teosofi del suo secolo e qui soprattutto sull’aritmosofia. Si lamenta che il consigliere monachese faccia parlare i numeri con l’addizione. Il Verbo parla attraverso i numeri nella moltiplicazione. Nel 1796, Saint-Martin, 7 anni prima della sua morte, ritorna ai vecchi amori. E l’oggetto dei suoi interrogativi fa incontrare Boheme e Martinez sulla questione della resipiscenza. Che ne è del pentimento dell’uomo? La posterità dell’uomo deve pentirsi della prevaricazione di Adamo? Su questo punto Saint-Martin assimila le due scuole martineziste e boehmiane a degli sposi ben separati.Nel 1797, Saint-Martin arde dal desiderio di rivedere Strasburgo. Rimanda la visita al caro amico bernese Kirchberger e, per farsi perdonare, ri-compone per lui le sue «Stances sur l’origine et la destinée de l’homme». Parallelamente affina il suo «Éclair sur l’association humaine». Un passaggio per Petit-Bourg e qualche scambio epistolare con Divenne, d’Eckartshausen, Lavater e Young-Stilling, testimonia loro la sua ammirazione per la loro dedizione alla causa spiritualista. E poi, sempre degli scambi con Kirchberger su delle espressioni utilizzate da Boheme e sulle quali Saint-Martin desidera essere illuminato. L’uno traduce le Confessioni, l’altro l’Aurora e le «Quarante questions de l’âme».1796-1797: il suo insuccesso nel concorso dell’Accademia di Berlino, 12 anni prima, unito allo sconforto che gli dava il suo duello oratorio con Garat, rafforzava Saint-Martin nel suo desiderio di far conoscere al pubblico la posizione degli spiritualisti soprattutto sulla predominanza del pensiero sui segni che esso produce. Diventava filosofo, collaborando alla costruzione, persino alla ricostruzione della città. Ma la sua ambizione non si fermava qui, Saint-Martin voleva vedere la sua influenza guadagnare il terreno delle istituzioni politiche e morali della nazione. I suoi studi di diritto da giovane potevano aiutarlo. Questo lo portò a pubblicare per l’istituto le sue «Riflessioni di un osservatore sulla questione proposta dall’Istituto…». L’anno seguente, il suo libro «Degli errori e della verità» è colpito dall’inquisizione spagnola. Saint-Martin non sembra impressionato da questa decisione: il cattolicesimo non è il cristianesimo.1799, colpo di stato di Bonaparte, Joseph de Maistre pubblica a Losanna le sue «Considerazioni sulla Francia». È davvero un brutto anno per Saint-Martin. Mentre provvede a consolare il suo amico Kirchberger, corrucciato che gli venisse negata una traduzione di Boheme, e che si mostra deciso al riguardo, l’amico bernese muore improvvisamente. Saint-Martin ne è profondamente colpito. Le sue corrispondenze sono un’emulazione per lui, Kirchberger consente a Saint-Martin di esplicitare le sue meditazioni, e di andare oltre nella giustificazione dei suoi pensieri. Attraverso Kirchberge, Saint-Martin si istruiva sulla progressione degli altri mistici quali Divenne, Young-Stilling o Lavater. Non gli resta che un amico: Jacob Boheme. È forse perché si rimprovera di non aver aiutato Kirchberger a pubblicare il suo «Abrégé de Boheme», che scrive il suo «Esprit des choses», nel 1800, pubblicato due anni più tardi e che è un’introduzione preparatoria agli scritti di Jacob Boheme. Si definisce egli stesso, avendo scritto questo libro, come lo spazzino del Tempio.Forse senza accorgersene lo ha scritto perché si possa entrare in quel meraviglioso piccolo Tempio, dedicato al Verbo rigenerato e che rappresenta una delle sue più belle opere «Le ministère de l’Homme-Esprit». Vi si distingue l’ebreo portoghese, il Salesiano ed il Bernese, ma soprattutto vi si vede il Riparatore adombrant il suo discepolo.Nel 1802, Saint-Martin affina le sue traduzioni di «La triplice vita dell’uomo», dei «tre principi dell’essenza divina», e delle «Quaranta domande sulla vita dell’anima» di Boheme. Se non poté incontrare né Voltaire, né Rousseau, l’invito del pittore Neveu alla Scuola politecnica per cenare con Chateaubriand non lo lasciò insensibile. Il suo libro «La Génie du christianisme» chiamava dei commenti da parte del teosofo. Saint-Martin si rallegrò per questa cena, Chateaubriand se ne infischia, ma nel 1807, si pente. «Monsieur de Saint-Martin era un uomo di grande merito, di carattere nobile ed indipendente. Quando le sue idee erano spiegabili, erano elevate e di natura superiore». Matter ci prepara alla transizione del Filosofo Incognito: «Fin quando ci sarà in questo mondo un essere intelligente che farà dell’ideale purezza del sentimento e del pensiero la cosa seria della sua esistenza, vedremo sempre dei candidati alla questione della Grande Cosa».Il 1803 è davvero un brutto anno per la Francia, il console Bonaparte vende la Louisiana per armare la sua flotta d’invasione dell’Inghilterra. L’Accademia delle scienze morali scompare; Saint-Martin anche. Un davvero bel giorno, dunque, quel tredicesimo giorno di ottobre a Aulnaye vicino a Parigi per Louis-Claude de Saint-Martin. Muore per apoplessia, vogliamo che muoia pregando. «La morte è una promozione» diceva; passa nel novero degli Spiriti Superiori, di quelli che sono nella Luce, dall’altra parte del velo, forse per meglio ammaestrarci? Forse anche perché Dio possa meglio rimirarsi nello splendore e nella dolce Luce della sua anima?                  
Ultimo aggiornamento ( sabato 02 gennaio 2010 )
 
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